Muraro ripercorre l’evoluzione della concezione democratica di Bobbio lungo otto fasi:
1. La democrazia integrale (1945-46). Il Bobbio giovane, azionista, personalista, manicheo. Democrazia come autogoverno rousseauiano, visione etica, speranza palingenetica. Stato-divinità e Stato-macchina come forme del dispotismo.
2. La democrazia e le libertà (1951-55). Politica e cultura: il grande confronto con i comunisti italiani. Bobbio distingue tre significati di libertà (negativa/liberale, autonomia/democratica, potere/socialista) e invita i marxisti a far proprie le istituzioni liberali. Critica di Croce come pensatore “illiberale”.
3. Oltre il mito dell’autogoverno (1959). Svolta realistica. La democrazia non è il popolo che governa sé stesso: è il regime in cui le minoranze governanti si propongono anziché imporsi. Debito verso Mosca, Pareto, Schumpeter, Kelsen.
4. Socialismo, democrazia, pluralismo (1975-76). Quale socialismo? e il dibattito sul pluralismo. Bobbio distingue pluralismo degli antichi (corporativo, reazionario) e dei moderni (critico, emancipativo). Critica del compromesso storico come anti-pluralista.
5. Democrazia tra idea normativa e realtà (1978-89). Il capitolo più denso. La definizione minima: democrazia = insieme di regole che stabiliscono chi decide e come. Le sei promesse non mantenute: nascita della società pluralista, rivincita degli interessi, persistenza delle oligarchie, spazio limitato, potere invisibile, cittadino non educato.
6. Democrazia, diritti, pace. La triade inscindibile. Storicità dei diritti, critica del giusnaturalismo e della pretesa di un fondamento assoluto. I diritti non si fondano: si proteggono.
7. Dopo il crollo del comunismo (1989-2001). L’utopia capovolta. Il comunismo come ideale antico, non come invenzione del ’900. Distinzione tra fascismo (male in sé) e comunismo (ideale nobile degenerato). Il problema dell’ingiustizia resta.
8. La democrazia dell’alternanza (1994-2001). Destra e sinistra: l’eguaglianza come criterio discriminante. L’analisi del berlusconismo come “partito personale di massa”, concentrazione antiliberale di poteri, videocrazia.
Del pensiero bobbiano:
Chiarezza analitica senza pari. Bobbio forgia “lenti di trasparenza cristallina” (Bovero). Il metodo dicotomico, la distinzione dei significati, la genealogia dei concetti: un rasoio intellettuale contro la babele del linguaggio politico.
La definizione minima come criterio infallibile. Democrazia/autocrazia, potere ascendente/discendente. Un tipo ideale che permette di distinguere senza ambiguità. Sartori la fa propria parola per parola.
Il realismo disincantato. La democrazia non è il paradiso in terra. È fragile, vulnerabile, sempre in bilico. Ma anche la democrazia più imperfetta è abissalmente diversa da qualsiasi autocrazia. Le madri di Kabul che lanciano i figli oltre il muro lo testimoniano.
Il dialogo come metodo. Bobbio parla con i comunisti, non contro. Seme dubbio, non certezze. Intellettuale mediatore, non organico.
La critica del potere invisibile. Ancora attualissima. Segreto, menzogna, onniveggenza: tre tecniche che la democrazia dovrebbe sconfiggere e che invece persistono.
Il legame democrazia-diritti-pace. Un’architettura coerente: senza diritti non c’è democrazia, senza pace non ci sono diritti, senza democrazia non c’è pace.
Della tesi di Muraro:
Del pensiero bobbiano:
La tensione irrisolta tra norma e fatto. Bobbio vuole essere scienziato avalutativo e profeta del dover essere. Le due vocazioni confliggono. Le “promesse non mantenute” sono una figura retorica efficace ma teoricamente ambigua: chi ha fatto queste promesse? Nessun singolo autore le ha fatte tutte. È Bobbio stesso il soggetto implicito.
L’illuminismo che non regge alla prova. L’idea del cittadino razionale, educabile, autonomo si scontra con la “rozza materia” dell’uomo reale. Bobbio lo sa, ma non ha strumenti per pensarla fino in fondo. Il kantiano “legno storto” resta un’evocazione, non una teoria.
L’universalismo ingenuo dei diritti. La Dichiarazione del 1948 come “massima consapevolezza dell’umanità”? Muraro mostra bene che la Dichiarazione del Cairo, il confucianesimo, le culture africane rendono questa pretesa un wishful thinking. Bobbio non tematizza lo scarto.
Il manicheismo residuo. Anche nel Bobbio maturo, la tentazione di ridurre tutto a diadi (democrazia/autocrazia, destra/sinistra, pubblico/privato) forza la complessità del reale. La critica di Cacciari e Zolo al modello lineare-assiale è convincente.
L’analisi del berlusconismo: catastrofista e superficiale. Bobbio vede l’anomalia personale ma non coglie le trasformazioni sociali profonde che la rendono possibile. Il suo schema concettuale (partito = ideologia + struttura + contendibilità) non ha categorie per il “partito personale di massa”.
Il rapporto ambiguo con il pluralismo. Nel 1976 lo esalta come antidoto al dispotismo; nelle “promesse non mantenute” lo lamenta come tradimento dell’ideale individualistico. Contraddizione che Bobbio non risolve.
Della tesi di Muraro:
La tesi coglie bene il nodo tragico del pensiero bobbiano: un illuminista pessimista che crede nella ragione ma sa che la storia è un “enorme mattatoio” (Hegel), che propugna l’eguaglianza ma sa che le oligarchie sono inevitabili, che sogna la pace perpetua ma riconosce che polemos è costitutivo della politica.
Bobbio resta un pensatore necessario ma non sufficiente per il XXI secolo. Le sue categorie — regole del gioco, pluralismo, potere visibile, diritti — sono ancora strumenti validi. Ma la globalizzazione, il populismo digitale, la sfida ecologica, il fondamentalismo religioso, l’intelligenza artificiale richiedono un vocabolario che lui non aveva. Muraro lo sa, e lo dice con onestà nell’introduzione.
La democrazia, alla fine, non è un destino. È un equilibrio instabile, un compromesso sempre insoddisfacente, una “dosatura mai definitiva”. Bobbio ce lo ha insegnato con sessant’anni di pensiero. Muraro ce lo restituisce con una tesi che è, essa stessa, un atto di democrazia intellettuale: dubitare, distinguere, non adorare.