Quasi tutte le mattine esco per il mio cappuccino in prossimità di Ponte Molino.

Pochi passi, l’aria ancora ferma. È l’ora in cui i pensieri si formano da soli, senza che li chiami, e io li lascio venire.

Questa mattina ne porto uno, frutto di un incontro scontro con uno dei miei LLM.

Una “piccola” regione prima polacca e oggi ucraina.

I nomi a cui penso non hanno bisogno di spiegazioni: stanno lì con dentro i loro villaggi, le loro date, i loro morti che nessuno riesce ancora a contare allo stesso modo. Due mondi che si urtano dentro una parola sola. 1

Cammino, e mi viene incontro, quasi a consolarmi, l’immagine dei mulini a vento. Il vecchio che carica. La lancia che si spezza. Il ridicolo.

Comoda. Troppo.

Perché i mulini della Mancha non sono lì da sempre. Sono del Cinquecento. Erano il nuovo: in una pianura che aveva sempre macinato con l’acqua e che l’acqua non aveva più, qualcuno li aveva appena piantati sui crinali, bianchi, con quelle pale che nessuno aveva mai visto girare così. Don Chisciotte non carica il passato. Carica la macchina più nuova che si vede all’orizzonte. 2

Il vecchio mondo non sta nei mulini.

Sta nella sella.

E lì mi fermo, perché non so quale mondo io stia interpretando. So che c’è. Lo sento nel peso, nella mano che stringe la lancia per abitudine, nel fatto che non mi passa per la testa di scendere. Non so nominarlo. Questo mi turba.

Poi c’è la cosa che rompe tutto.

I mulini appaiono a Don Chisciotte come una cosa con cui attaccare battaglia, qualcosa che vilmente fugge. Quando Don Chisciotte cade, per spiegarsi l’ingloriosa caduta, ricorre a un mago che muta giganti in mulini per rubargli la vittoria. Gli serve un mago perché l’avversario ora è muto. Chi non risponde ti lascia solo con le tue ragioni, e le ragioni lasciate sole possono diventare verità. 3

Penso agli LLM. I miei mulini non fuggono, mi immagino invece rispondano.

Ribattono, citano, distinguono, concedono e non concedono. A me appare come uno scontro reale, così almeno lo immagino. Non sto caricando un fantasma, mi dico, ma questo non mi consola: forse non sono giganti, forse non sono nemmeno mulini. La parola giusta non ce l’ho. Per alcuni maghi sono semplici pappagalli ben addestrati. 4

Sorseggio il cappuccino.

Tornando a casa penso a Sancho, che i mulini li vede e li chiama mulini, e che, nel libro secondo, dieci anni dopo, inizia a parlare come il suo cavaliere, mentre il cavaliere comincia a parlare come lui. Nessuno dei due se ne accorge mentre accade. 5

Non so chi dei due io possa essere.

So che qualcosa, ogni mattina, facendo due passi e bevendo un cappuccino, passa da una parte all’altra.


  1. Volinia, 1943. I villaggi si trovano ancora sulle carte.↩︎

  2. Quando Cervantes scrive, sono la novità della pianura. Da qualche parte in Sicilia se ne racconta un’altra versione, ma non è documentata.↩︎

  3. Il mago si chiama Frestone. Capitolo ottavo, campo di Montiel, trenta o quaranta mulini.↩︎

  4. Il termine “pappagalli” fa riferimento alla metafora del pappagallo stocastico (stochastic parrot) introdotta nell’articolo On the Dangers of Stochastic Parrots pubblicato nel 2021 da Emily M. Bender et al.↩︎

  5. Accade nella seconda parte, 1615. Sancho si fa cavaliere nel parlare, il cavaliere si fa Sancho.↩︎