Nell’intervista pubblicata dal Corriere della Sera, Isaac Herzog, presidente dello Stato di Israele dal 2021, si rivolge al pubblico italiano con un appello che, più che come invito, suona come un rimprovero: “Rispettate gli israeliani, siamo tutti vicini nel Mediterraneo.” L’occasione immediata è data dalla petizione contro la partecipazione dello scrittore Eshkol Nevo a un festival pugliese e dalle proteste al padiglione israeliano alla Biennale di Venezia; iniziative che Herzog attribuisce a “estremisti soprattutto a sinistra, razzisti e prevenuti”.

La frase merita una risposta. Non perché le proteste ricordate implichino, di per sé, una mancanza di rispetto verso gli israeliani come persone; ma perché, formulato da Herzog, l’appello al rispetto entra in tensione con un insieme di dichiarazioni e gesti pubblici che non possono essere semplicemente messi tra parentesi. Il punto, dunque, non è negare che gli israeliani debbano essere rispettati: il punto è chiedersi se chi formula oggi quell’appello possa farlo senza rispondere della propria parte nella degradazione del rispetto dovuto ad altri esseri umani.

Il rovesciamento dell’onere della prova

La mossa retorica di Herzog è abbastanza riconoscibile: trasformare una critica politica e giuridica rivolta a uno Stato in una mancanza di rispetto verso una popolazione. Le proteste alla Biennale, o la petizione contro la partecipazione di Nevo, non riguardano gli israeliani in quanto individui; riguardano le politiche dello Stato israeliano, ossia dello stesso Stato di cui Herzog è il rappresentante istituzionale. Confondere questi due piani, quello della critica politica e quello dell’identità collettiva, non è una semplice imprecisione: è un modo per spostare l’onere della prova su chi protesta, come se chi contesta una politica statale dovesse anzitutto dimostrare di non odiare una popolazione.

In questo spostamento sta il nodo dell’intervista. Il dissenso viene portato fuori dal campo in cui dovrebbe essere discusso, i.e., quello delle decisioni politiche, delle responsabilità militari e del diritto internazionale, e viene ricollocato nel campo più opaco della disposizione morale verso gli israeliani. Così la domanda non è più se una protesta sia fondata, se un boicottaggio sia proporzionato, se la presenza istituzionale di Israele in un contesto culturale possa essere contestata mentre Gaza viene distrutta; diventa invece se chi protesta sia, o non sia, rispettoso. È un passaggio piccolo, quasi impercettibile, ma decisivo: perché consente di sostituire il giudizio sui fatti con il giudizio sulle intenzioni attribuite a chi li denuncia.

Chi ha negato il rispetto, e a chi

Il punto più fragile dell’intervista, tuttavia, non sta soltanto nella confusione fra critica allo Stato e ostilità verso una popolazione. Sta nel fatto che Herzog chiede rispetto per gli israeliani dopo avere pubblicamente negato, in un passaggio ormai difficilmente separabile dalla condotta successiva della guerra, la distinzione fra popolazione civile e responsabilità politica. Il 12 ottobre 2023, cinque giorni dopo il 7 ottobre, dichiarò infatti:

“La responsabilità è di un intero popolo. Questa retorica sui civili non consapevoli, non coinvolti, non è assolutamente vera. Avrebbero potuto insorgere, avrebbero potuto combattere contro quel regime malvagio.”

Una frase di questo tipo non è soltanto dura, o politicamente imprudente. Sul piano del diritto internazionale umanitario, essa tocca il principio che rende ancora pensabile un limite alla guerra: la distinzione fra combattenti e non combattenti. Se un intero popolo viene dichiarato responsabile, allora la responsabilità cessa di essere attribuita ad atti, decisioni, ruoli o appartenenze operative; diventa una qualità collettiva, quasi ontologica. Ed è precisamente qui che il discorso si fa pericoloso: perché, quando la colpa viene distribuita sull’intera popolazione, anche la protezione dovuta ai civili tende a diventare revocabile, condizionata, sospesa.

Il giurista Gian Luigi Deiana ha formalizzato con chiarezza questa logica: se l’intera popolazione è responsabile, allora la sua eliminazione può essere rappresentata come conseguenza coerente, e non più come violazione di un limite. Non occorre attribuire a Herzog una formula che non abbia pronunciato; basta seguire il movimento implicito della frase. La responsabilità collettiva, quando viene collocata dentro un contesto bellico, non resta una categoria morale generica: diventa una possibile autorizzazione pratica.

Non a caso, nel procedimento avviato dal Sudafrica contro Israele ai sensi della Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio del 1948, la Corte Internazionale di Giustizia ha richiamato, nel quadro delle misure provvisorie, anche dichiarazioni di alti rappresentanti israeliani e ha ordinato a Israele di adottare tutte le misure in suo potere per prevenire e punire l’istigazione diretta e pubblica al genocidio (ICJ, gennaio 2024). Nel settembre 2025, la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta sui territori palestinesi occupati, organo ONU presieduto da Navi Pillay, ex Alta Commissaria per i diritti umani e già presidente del Tribunale penale internazionale per il Ruanda, ha poi formulato una conclusione più esplicita: ha ritenuto che le dichiarazioni di Herzog concorressero alla costruzione della responsabilità collettiva attribuita ai civili di Gaza, e ha concluso che Israele è responsabile, ai sensi dell’articolo III(c) della Convenzione, per l’istigazione diretta e pubblica al genocidio da parte dei propri funzionari.

Letto da questa prospettiva, l’appello al rispetto rivolto agli italiani appare dunque amputato della sua parte essenziale. Herzog chiede che non si trasformi una popolazione in bersaglio simbolico; ma è lo stesso Herzog che, nei confronti della popolazione palestinese di Gaza, ha contribuito a dissolvere la distinzione dalla quale dipende ogni protezione civile. Il problema non è, quindi, se gli israeliani debbano essere rispettati. Il problema è se il rispetto possa essere invocato come principio universale soltanto quando protegge il proprio gruppo, e sospeso quando dovrebbe proteggere l’altro.

Il proiettile firmato

A questa dichiarazione si aggiunge un gesto che, proprio perché apparentemente semplice, è forse ancora più rivelatore. Nel dicembre 2023, Herzog si è fatto fotografare mentre firmava un proiettile di artiglieria destinato a Gaza, accompagnando la firma con la frase “I rely on you”. Un giornalista israeliano osservò che quel proiettile avrebbe potuto colpire un bambino a Gaza. L’osservazione è elementare, quasi insopportabile nella sua semplicità; ma proprio per questo rimette il gesto nel suo luogo reale, che non è quello della comunicazione patriottica, bensì quello della guerra contro una popolazione esposta.

Non si tratta, quindi, di un dettaglio folkloristico, o di una goffa manifestazione di vicinanza ai soldati. Quando un capo di Stato firma materialmente un proiettile destinato a un territorio densamente abitato, egli non esprime soltanto sostegno morale alle proprie forze armate; si associa simbolicamente all’atto bellico, lo personalizza, lo rende parte della propria rappresentazione pubblica. Anche qui il problema non è psicologico, né intenzionale nel senso più povero del termine. Non occorre sapere che cosa Herzog pensasse in quel momento. È sufficiente osservare la forma pubblica dell’atto: il presidente che chiede oggi rispetto agli italiani è lo stesso presidente che, pochi mesi dopo l’inizio della distruzione di Gaza, ha apposto il proprio nome su uno strumento destinato a produrre altra distruzione.

Per questa ragione il gesto non può essere isolato dalle parole del 12 ottobre. La responsabilità attribuita a un intero popolo e la firma su un proiettile non sono episodi identici, ma appartengono allo stesso campo semantico: quello in cui la popolazione civile palestinese tende a uscire dalla protezione dovuta ai civili e a rientrare, invece, in una zona indistinta di colpa, minaccia, bersaglio possibile. È dentro questa zona che l’appello al rispetto perde la sua innocenza.

«I ragazzi italiani» e i soldati dell’UNIFIL

Nell’intervista c’è poi un passaggio che riguarda direttamente l’Italia. Parlando di chi dovrà rendere Hezbollah inoffensivo, Herzog dice: “I ragazzi italiani? No, i nostri figli.” La frase è costruita per apparire naturale, quasi affettiva: i nostri figli, non i vostri ragazzi. Ma proprio questa apparente naturalezza produce uno slittamento significativo, perché colloca i soldati italiani dell’UNIFIL in una posizione marginale, quasi decorativa, mentre attribuisce soltanto ai soldati israeliani il peso reale della sicurezza.

Il problema non è rivendicare una qualche centralità militare italiana, che sarebbe fuori luogo. Il problema è che quei “ragazzi italiani” non sono un’astrazione retorica: sono militari impiegati in una missione internazionale, esposti sul terreno, e in più occasioni coinvolti dagli attacchi israeliani nel sud del Libano. Nell’intervista, l’episodio viene liquidato come “errore”, senza che questa parola sia accompagnata da una ricostruzione adeguata, da una chiara assunzione di responsabilità, o da conseguenze disciplinari e risarcitorie pubblicamente riconoscibili.

Anche qui l’appello al rispetto mostra una asimmetria. Si chiede agli italiani di rispettare gli israeliani, ma si parla dei militari italiani come di una presenza secondaria; si invoca una prossimità mediterranea, ma si riduce a incidente ciò che, per chi opera sotto mandato internazionale, non può essere trattato come una parentesi. Una comunità politica che chiede rispetto dovrebbe almeno riconoscere, senza formule sbrigative, il rischio corso da chi si trova sul terreno anche per impedire che il conflitto si allarghi. Altrimenti il rispetto diventa una parola a senso unico: esigente quando guarda verso di sé, distratta quando dovrebbe rivolgersi agli altri.

La moderazione come schermo

L’intervista lavora molto sulla costruzione di un Herzog moderato. Herzog critica Ben-Gvir, parla di “imbarbarimento” della società israeliana, ricorda di avere sostenuto la soluzione dei due Stati. Tutto questo non è irrilevante, ma non basta. Anzi, proprio perché compone l’immagine di un interlocutore ragionevole, rischia di funzionare come schermo: non cancella ciò che Herzog ha detto il 12 ottobre, non cancella il proiettile firmato, non cancella il modo in cui la sua figura è stata richiamata nei procedimenti e nelle denunce internazionali relativi all’istigazione al genocidio.

Già nel luglio 2023 Mondoweiss aveva descritto Herzog come un possibile “volto moderato” di Israele: una figura tanto più utile sul piano diplomatico quanto più capace di apparire distinta dall’ala apertamente radicale del governo Netanyahu. Il punto non è stabilire se Herzog sia, soggettivamente, più moderato di altri esponenti politici israeliani. Può anche esserlo, e probabilmente lo è. Il problema è diverso: una moderazione di superficie può diventare politicamente più efficace proprio perché rende più accettabile, all’esterno, una struttura di potere che continua a produrre occupazione, distruzione, espulsione e disumanizzazione.

In questo senso la distanza da Ben-Gvir non assolve Herzog. Serve, semmai, a chiarire il funzionamento della sua posizione. Il ministro estremista dice in forma brutale ciò che rende immediatamente riconoscibile la violenza del progetto; il presidente moderato permette a quello stesso progetto di presentarsi ancora come Stato responsabile, interlocutore occidentale, soggetto ferito che chiede comprensione. Ma quando la moderazione non impedisce la negazione della protezione dovuta ai civili, quando non trattiene il linguaggio della responsabilità collettiva, quando non evita l’identificazione simbolica con strumenti di guerra destinati a Gaza, essa non è più un argine sufficiente. Diventa, almeno in parte, una forma di presentabilità.

Conclusione

“Rispettate gli israeliani” può essere un appello legittimo quando sia rivolto a chi confonde davvero la critica allo Stato di Israele con l’ostilità verso gli israeliani in quanto persone. Questa distinzione va mantenuta, anche quando il conflitto morale e politico diventa più aspro; forse soprattutto allora. Ma proprio per questo non può essere usata in modo intermittente, come protezione identitaria per alcuni e come sospensione della protezione civile per altri.

Nel caso di Herzog, il problema non è che egli chieda rispetto per gli israeliani. Il problema è che lo chieda dopo avere contribuito, con parole e gesti pubblici, a rendere meno riconoscibile il rispetto dovuto ai palestinesi di Gaza come popolazione civile. La responsabilità attribuita a un intero popolo, la firma su un proiettile destinato a Gaza, la riduzione degli attacchi contro l’UNIFIL a un “errore”, la costruzione diplomatica di una moderazione che non impedisce la disumanizzazione: sono tutti elementi che impediscono di leggere quell’appello come una semplice richiesta di civiltà.

L’invito al rispetto diventa allora qualcosa di diverso: una richiesta di sospendere il giudizio politico, morale e giuridico in nome di un’identità collettiva. Ma il rispetto, se vuole restare una categoria seria, non può funzionare come scudo retorico per chi lo invoca e come bene revocabile per chi subisce la guerra. Deve valere proprio dove è più difficile farlo valere: per i civili, per i vulnerabili, per chi non ha la forza istituzionale di trasformare la propria sofferenza in discorso diplomatico. È esattamente questo il punto che l’intervista di Herzog evita; ed è, per la stessa ragione, il punto dal quale occorre ripartire.


Fonti principali: ICJ, Ordine provvisorio, 26 gennaio 2024; Commissione ONU indipendente d’inchiesta sui territori palestinesi occupati, Rapporto A/HRC/60/CRP.3, settembre 2025; Human Rights Foundation, denuncia all’AFP australiana, febbraio 2026; Friends of Al-Aqsa, richiesta al DPP britannico, 2024; Mondoweiss, luglio 2023.