Premessa

Un confronto fra Primo Levi e Pier Paolo Pasolini sul fascismo non dovrebbe essere impostato come semplice opposizione tra due diagnosi incompatibili. Piuttosto, esso permette di isolare due modi diversi di nominare una stessa persistenza storica. Levi conserva il nome “fascismo” perché vede in esso non soltanto un regime concluso, ma una possibilità italiana sempre riattivabile. Pasolini, invece, diffida dell’uso inerziale di quel nome, perché teme che esso impedisca di vedere la novità del nuovo potere. Il primo insiste sulla permanenza; il secondo sulla metamorfosi. La loro distanza è reale, ma non va sopravvalutata. In entrambi i casi, infatti, il problema non è il ritorno del passato come replica, ma la sopravvivenza del dominio attraverso forme storiche diverse.

In Levi il fascismo non è semplicemente il Ventennio, né soltanto il suo apparato politico, militare e cerimoniale. È anche una disposizione profonda della società italiana: conformismo, obbedienza, risentimento, culto dell’ordine, paura della differenza, disponibilità a delegare la violenza purché essa ristabilisca una gerarchia rassicurante. Quando Levi parla di un passato che si credeva non dovesse tornare più, il punto decisivo non è l’eventualità di una ripetizione scenografica del regime, con camicie nere, adunate e saluti romani, ma la persistenza delle condizioni sociali e morali che lo avevano reso possibile (Levi 1974-05-08, 1974, 2018). Il fascismo, in questa prospettiva, non appartiene soltanto alla storia politica dello Stato; appartiene anche alla storia morale della piccola e media borghesia italiana, alla sua paura della libertà, alla sua domanda di protezione, al suo bisogno di ordine.

Pasolini sposta invece il fuoco. Per lui continuare a parlare di fascismo può diventare, paradossalmente, un modo per non vedere il nuovo potere. Il fascismo storico era ancora, in qualche modo, esterno ai corpi: imponeva, vietava, reprimeva, puniva. Il nuovo potere consumistico agisce più a fondo, perché non si limita a comandare, ma produce bisogni, linguaggi, desideri, modelli di vita. Non chiede soltanto obbedienza; produce adesione. Non si accontenta di controllare i comportamenti; trasforma le forme stesse dell’esperienza. Per questo Pasolini può dire che il vero fascismo è la società dei consumi e, nello stesso tempo, suggerire che il fascismo storico sia ormai una categoria insufficiente per nominare ciò che sta accadendo (Pasolini 1974-12-26, 1974, 1975).

La differenza fra Levi e Pasolini è dunque anche nominalistica, ma non solo nominalistica. Levi tiene fermo il nome “fascismo” per non perdere la continuità delle sue condizioni di possibilità. Pasolini tende a forzare quel nome, fino quasi a svuotarlo o rovesciarlo, per rendere visibile la discontinuità del nuovo dominio. Levi teme la rimozione della continuità; Pasolini teme la cecità davanti alla mutazione. Il primo dice, in sostanza: attenzione, il fascismo può sempre tornare perché non è mai stato interamente espulso dalla società italiana. Il secondo dice: attenzione, se guardiamo soltanto al fascismo storico, non vediamo che il nuovo potere è già andato oltre il fascismo.

Orwell e il “piano della rinascita democratica”

È qui che il riferimento a Orwell diventa teoricamente decisivo, non ornamentale. In Nineteen Eighty-Four il potere non domina soltanto perché sorveglia o punisce, ma perché organizza il linguaggio, la memoria, il passato, la possibilità stessa di riconoscere il reale (Orwell 1949). Il punto non è soltanto impedire agli uomini di dire ciò che pensano; è impedire che possano pensarlo in una forma politicamente efficace. Il dominio più compiuto non è quello che vieta una frase, ma quello che distrugge le condizioni linguistiche e mnestiche perché quella frase possa essere formulata. In questo senso Orwell consente di collegare Levi e Pasolini: da Levi viene la diagnosi della persistenza; da Pasolini quella della trasformazione; da Orwell il modello del potere come amministrazione della realtà percepita.

La questione italiana contemporanea può allora essere letta come punto di convergenza fra queste tre linee. Non si tratta semplicemente di chiedersi se il fascismo sia tornato, come se dovessimo riconoscere gli stessi simboli e gli stessi apparati del Ventennio. La domanda più utile è un’altra: quali dispositivi permettono oggi a forme autoritarie di operare senza presentarsi necessariamente come tali? Dove si produce il consenso? Dove si organizza il visibile? Dove si decide che cosa può essere ricordato, discusso, dimenticato, ridicolizzato, reso impronunciabile?

In questo senso, il riferimento alla P2 e al Piano di rinascita democratica diventa cruciale. Non perché tutto possa essere ridotto a una continuità cospirativa lineare, che sarebbe storicamente fragile e politicamente ingenua, ma perché quel progetto individua con lucidità alcuni nodi fondamentali del potere democratico moderno: informazione, magistratura, partiti, televisione, assetto istituzionale (Gelli 1976). La sua importanza non sta soltanto in ciò che esso fu, ma in ciò che consente di vedere retrospettivamente: la possibilità di una trasformazione autoritaria non fondata necessariamente sul colpo di Stato, ma sulla riorganizzazione graduale degli apparati di formazione del consenso.

Il punto non è dunque dire che la P2 “realizza” il fascismo, né che il presente italiano sia riducibile a un piano scritto molti decenni fa. Questa sarebbe una semplificazione, e le semplificazioni, in questi casi, sono trappole con la carta da bollo. Il punto è diverso. Il piano piduista mostra che una trasformazione autoritaria può essere pensata non come sospensione brutale della democrazia, ma come sua ristrutturazione interna: spostamento degli equilibri istituzionali, controllo dei luoghi di produzione dell’opinione, normalizzazione dei media, addomesticamento delle garanzie, trasformazione del cittadino in spettatore. Non la marcia su Roma, ma il governo dell’aria che si respira.

Da qui il nesso con Pasolini. Il nuovo potere non ha bisogno di presentarsi come fascista, perché opera in una zona più profonda e più quotidiana. Non domanda soltanto fedeltà politica; chiede adattamento antropologico. Non pretende soltanto di vincere le elezioni; pretende di produrre il tipo umano che considererà naturale ciò che prima avrebbe percepito come imposizione. Pasolini vede questo passaggio con una precocità quasi dolorosa: la società dei consumi non reprime soltanto le differenze, le rende obsolete; non vieta i linguaggi minoritari, li dissolve dentro un’unica lingua del desiderio amministrato (Pasolini 1975).

Da qui anche il nesso con Levi. Quella trasformazione può riuscire proprio perché non cade nel vuoto. Essa trova materiali già disponibili: conformismo, paura, indifferenza, desiderio di ordine, inclinazione a stare dalla parte della forza quando la forza appare vincente. Levi consente di vedere che il nuovo potere non inventa dal nulla la propria base sociale. La incontra, la riattiva, la educa diversamente. Pasolini mostra la metamorfosi del dominio; Levi mostra il terreno sul quale quella metamorfosi attecchisce.

Il triangolo Levi–Pasolini–Orwell permette allora di evitare due errori simmetrici. Il primo consiste nel chiamare fascismo ogni forma contemporanea di autoritarismo, fino a rendere il concetto generico, polemico, quasi automatico. Il secondo consiste nel rifiutare il termine fascismo ogni volta che manchino i suoi segni storici più riconoscibili, come se il potere non sapesse cambiare abito. Nel primo caso si perde la novità; nel secondo si perde la continuità. Levi corregge Pasolini quando la categoria del nuovo rischia di cancellare i sedimenti del vecchio. Pasolini corregge Levi quando la categoria del fascismo rischia di non vedere ciò che nel presente non ha più bisogno di somigliare al passato.

La P2 può essere collocata precisamente in questo interstizio. Essa non è il fascismo storico, ma mostra come alcuni obiettivi tipici di una cultura autoritaria possano essere tradotti nel lessico della modernizzazione istituzionale, della libertà di antenna, della riforma, dell’efficienza, della governabilità (Gelli 1976). È qui che l’elemento orwelliano diventa più forte: il potere non si limita a occupare le istituzioni; riorganizza le parole con cui l’occupazione viene descritta. La concentrazione può chiamarsi pluralismo. Il controllo può chiamarsi riforma. La riduzione delle garanzie può chiamarsi efficienza. La subordinazione dell’informazione può chiamarsi libertà.

A questo quadro si potrebbe aggiungere, con prudenza, un cenno a Kafka. Non perché Kafka debba essere trasformato retrospettivamente in un teorico del fascismo, ma perché la sua opera permette di nominare una forma di potere che né la categoria storica di fascismo né il modello orwelliano esauriscono del tutto. In Orwell il dominio passa attraverso la riscrittura del linguaggio, della memoria e del reale (Orwell 1949). In Kafka, invece, esso assume la forma della procedura opaca: un’autorità senza volto, una colpa che precede l’accusa, una legge alla quale si è sottoposti senza poterla conoscere davvero (Kafka 1925). Il potere kafkiano non ha bisogno di gridare. Non mobilita necessariamente folle, simboli, liturgie; può limitarsi a convocare, classificare, rinviare, archiviare, escludere. È il potere che trasforma la vita in pratica amministrativa e il cittadino in imputato permanente.

Cosa resta?

Il problema, dunque, non è scegliere tra Levi e Pasolini. È tenerli insieme. Dire “fascismo” può essere necessario per non perdere la continuità storica del fenomeno; ma può essere insufficiente se impedisce di riconoscere le forme nuove attraverso cui l’autoritarismo si presenta. Dire “nuovo potere”, come Pasolini, può aiutare a cogliere la metamorfosi; ma può diventare evasivo se cancella la persistenza dei materiali sociali, morali e culturali che hanno reso possibile il fascismo storico e che possono renderne possibili altre incarnazioni.

La formula più adeguata potrebbe allora essere questa: non ritorno del fascismo, ma sopravvivenza e mutazione delle sue condizioni di possibilità. Levi permette di vedere la sopravvivenza. Pasolini permette di vedere la mutazione. Orwell permette di comprendere perché, quando la mutazione investe linguaggio, memoria e informazione, il dominio non ha più bisogno di dichiararsi come tale. Kafka aggiunge un ulteriore passaggio: mostra come l’arbitrio possa diventare procedura, come la violenza possa raffreddarsi nella forma impersonale dell’amministrazione, come il potere possa continuare a parlare il linguaggio neutro della legalità anche quando restringe gli spazi reali della libertà. La P2, infine, offre il caso italiano in cui questa possibilità smette di essere soltanto una diagnosi letteraria o morale e assume la forma, più prosaica e per questo più inquietante, di un programma politico.

In questo senso Kafka aiuta a comprendere una possibile forma del fascismo contemporaneo: non il fascismo come ritorno scenografico del Ventennio, ma come normalizzazione burocratica dell’arbitrio. Dove Orwell mostra il controllo della realtà percepita, Kafka mostra la dissoluzione della responsabilità dentro una macchina che funziona proprio perché nessuno sembra esserne pienamente responsabile. La violenza non scompare; cambia temperatura. Diventa fredda, procedurale, modulare. Non irrompe sempre come eccezione, ma si deposita nelle regole, nei moduli, nei dispositivi, nelle soglie di accesso, nei linguaggi tecnici che nessuno discute più. È qui che il nesso con Levi e Pasolini diventa più interessante: Levi permette di vedere il terreno sociale che accetta l’obbedienza; Pasolini il nuovo potere che produce desideri e conformismo; Orwell il governo del dicibile e del ricordabile; Kafka, infine, la forma amministrativa di un’autorità che può diventare oppressiva proprio mentre continua a parlare il linguaggio neutro della legalità.

Referenze

Gelli, Licio. 1976. Piano Di Rinascita Democratica. Dattiloscritto, documento interno della loggia massonica P2.
Kafka, Franz. 1925. Der Process. Die Schmiede.
Levi, Primo. 1974-05-08, 1974. “Un Passato Che Credevamo Non Dovesse Tornare Più.” Corriere Della Sera, 1974-05-08, 1974.
Levi, Primo. 2018. “Un Passato Che Credevamo Non Dovesse Tornare Più.” In Opere Complete, edited by Marco Belpoliti, III. Einaudi.
Orwell, George. 1949. Nineteen Eighty-Four. Secker and Warburg.
Pasolini, Pier Paolo. 1974-12-26, 1974. “L’antifascismo Come Genere Di Consumo.” L’Europeo, no. 52 (1974-12-26, 1974): 44–46.
Pasolini, Pier Paolo. 1975. Scritti Corsari. Garzanti.