Le 9 carenze di Rampini: quando voler far polemica annebbia la capacità di analisi

Federico Rampini dedica un articolo alla recente evocazione, da parte di Xi Jinping, della cosiddetta “trappola di Tucidide”. Il bersaglio polemico è abbastanza chiaro: mostrare che il presidente cinese, quando cita Tucidide, non starebbe attingendo alla tradizione classica occidentale, ma a una categoria resa celebre da un politologo americano di Harvard, Graham Allison. La Grecia antica mobilitata da Xi sarebbe, dunque, una Grecia passata per gli Stati Uniti; più precisamente, una Grecia già tradotta dentro la grammatica strategica americana.

Rampini ricorda che Allison ha trasformato l’antico conflitto fra Atene e Sparta in un modello interpretativo dei rapporti fra potenze emergenti e potenze dominanti. Il dato più noto è quello ormai entrato nella circolazione pubblica: su sedici casi storici esaminati negli ultimi cinquecento anni, dodici sarebbero sfociati in guerra. È, in effetti, il nucleo più riconoscibile del Thucydides’s Trap Project del Belfer Center di Harvard. (belfercenter.org)

Secondo Rampini, Xi adopererebbe questa formula per ammonire gli Stati Uniti: non dovrebbero cercare di bloccare l’ascesa cinese, perché il contenimento della nuova potenza rischierebbe di produrre proprio quella spirale che, nella lettura di Allison, avrebbe condotto alla guerra del Peloponneso. La Cina potrebbe così presentarsi come potenza razionale e cooperativa, favorevole agli scambi, alla globalizzazione e al principio del “win-win”. Non è una ricostruzione inventata da Rampini: questa componente appartiene stabilmente alla retorica internazionale cinese, ed era già molto visibile nel discorso di Xi a Davos nel 2017, costruito intorno alla difesa della globalizzazione e di un’economia mondiale aperta. (english.scio.gov.cn)

Fin qui, dunque, Rampini tocca un punto reale. La “trappola di Tucidide” non è solo una categoria storiografica o politologica; è diventata anche uno strumento diplomatico. Serve a Pechino per collocare la responsabilità del conflitto possibile non nell’ascesa cinese in quanto tale, ma nella paura che tale ascesa suscita nella potenza dominante. Xi lo ha ripetuto anche con Joe Biden: la trappola di Tucidide non sarebbe una necessità storica, mentre il contenimento della Cina sarebbe, dal punto di vista cinese, imprudente e destinato a fallire. (english.www.gov.cn)

Il punto debole dell’articolo non sta quindi nell’aver visto l’uso strategico della formula. Sta piuttosto nel passaggio successivo: da questa osservazione, che è fondata e meriterebbe di essere analizzata con cura, Rampini scivola verso una requisitoria più ampia, nella quale Tucidide, Allison, Sparta, Atene, Davos, Wall Street, Silicon Valley e i Trenta Tiranni finiscono per sostenere un’unica costruzione polemica. Il risultato è efficace sul piano retorico, ma meno solido su quello analitico: perché una cosa è riconoscere che Xi usa Allison in modo interessato; altra cosa è trasformare questo uso in una prova generale contro la Cina, contro le élite globaliste e contro l’Occidente che si sarebbe lasciato sedurre.

La distinzione da tenere ferma è proprio questa. Non occorre difendere Xi Jinping, né tanto meno la politica cinese, per criticare Rampini. Si può riconoscere l’uso strumentale della categoria da parte di Pechino e, nello stesso tempo, mostrare che l’articolo accumula forzature, scorciatoie e analogie troppo caricate. La questione non è assolvere la Cina; è evitare che la critica alla Cina diventi, a sua volta, un dispositivo retorico che rinuncia a distinguere.

1. Confondere uso strategico e contraddizione culturale

Rampini insiste sul fatto che Xi citi una categoria occidentale, anzi americana, elaborata da Graham Allison, e da questo ricava una specie di paradosso: il leader comunista cinese, formato dentro un orizzonte in cui convivono Lenin, Mao e Confucio, finirebbe per appoggiarsi a un Tucidide passato da Harvard. La notazione è brillante, ma non basta a reggere l’argomento; perché uno Stato può servirsi delle categorie dell’avversario non malgrado siano dell’avversario, ma proprio perché sono dell’avversario. In diplomazia, parlare con le parole dell’altro non implica necessariamente adesione culturale; può essere, più semplicemente, un modo per portare l’interlocutore dentro il proprio campo di responsabilità.

Quando Xi richiama la trappola di Tucidide davanti agli americani, dunque, non sta necessariamente rendendo omaggio alla Grecia classica, né sta confessando una dipendenza intellettuale dall’accademia statunitense. Sta piuttosto dicendo agli Stati Uniti: nella vostra stessa cultura strategica esiste un modello che descrive il rischio di escalation fra una potenza dominante e una potenza emergente; se questo modello ha un valore, allora il contenimento della Cina non può essere presentato solo come prudenza difensiva, ma deve essere letto anche come possibile fattore di irrigidimento del conflitto. Che la mossa sia interessata è evidente; che sia, per questo, culturalmente incoerente lo è molto meno.

Rampini tende invece a trasformare questa operazione di traduzione politica in una contraddizione identitaria. Ma il punto non è se Xi sia diventato improvvisamente allievo di Tucidide, di Allison o di Harvard; il punto è che una categoria prodotta dentro il lessico strategico americano viene riutilizzata da Pechino per parlare agli americani nel loro stesso linguaggio e, nello stesso tempo, per spostare su di loro una parte del peso dell’eventuale escalation. La strumentalizzazione c’è; la contraddizione, se c’è, andrebbe dimostrata meglio.

2. Attribuire a Xi una lettura troppo semplice

Secondo Rampini, Xi vorrebbe rassicurare l’Occidente presentando la Cina come una potenza benevola, interessata al commercio, alla cooperazione e al vantaggio reciproco. La descrizione intercetta certamente una parte della retorica cinese, ma la riduce a una versione troppo elementare: la “trappola di Tucidide” non serve soltanto a dire che la Cina sarebbe buona e che, dunque, non bisognerebbe averne paura; serve piuttosto a collocare Pechino nella posizione dell’attore razionale, consapevole del rischio storico, e a trasformare il contenimento americano da prudenza strategica in possibile fattore di escalation.

In questa costruzione, la Cina non si limita a chiedere fiducia. Cerca di ridefinire la scena: se il conflitto dovesse prodursi, non sarebbe l’effetto necessario dell’ascesa cinese, ma il risultato della paura americana, della sua incapacità di accettare una redistribuzione del potere e della tendenza a leggere ogni mutamento degli equilibri come minaccia. È una mossa diplomatica molto più sottile della favola sulla benevolenza cinese. Rampini la denuncia, ma la impoverisce: la tratta come propaganda quasi ingenua, mentre sarebbe più utile mostrarne la funzione precisa, cioè la redistribuzione preventiva della responsabilità.

3. Usare Allison quando serve, senza discutere Allison

Rampini si appoggia al dato più noto del lavoro di Allison: sedici casi storici di rivalità fra potenza emergente e potenza dominante, dodici dei quali conclusi in guerra. Il riferimento è corretto, perché quel dato appartiene effettivamente alla presentazione pubblica del Thucydides’s Trap Project. Tuttavia proprio qui si apre un problema che l’articolo lascia quasi del tutto fuori campo: il modello di Allison non è un punto neutro di appoggio, ma una costruzione interpretativa molto discussa, sia per la selezione dei casi, sia per l’ampiezza delle analogie storiche, sia per la tendenza a trasformare una categoria euristica in una quasi-profezia geopolitica. (jstor.org)

Il silenzio non è secondario. Rampini tratta Allison come un autore utile quando gli serve mostrare che Xi adopera una teoria americana, ma non si chiede se quella teoria, prima ancora del suo uso cinese, regga davvero il peso che le viene attribuito. In questo modo la critica resta a metà: non basta dire che Pechino strumentalizza Allison, se non si aggiunge che Allison stesso ha prodotto una formula particolarmente disponibile alla strumentalizzazione. Una categoria semplice, drammatica e facilmente comunicabile può essere analiticamente feconda; ma proprio per questo può anche diventare, nel discorso pubblico, una macchina retorica quasi autonoma.

Il punto, dunque, non è soltanto che Xi usi Allison in modo interessato. È che Rampini denuncia quell’uso interessato senza interrogare la struttura della categoria che lo rende possibile. Così Allison diventa, nello stesso tempo, prova dell’americanità della formula e sfondo non problematizzato dell’intera polemica. Qui la critica avrebbe potuto essere più forte; invece si ferma dove avrebbe dovuto cominciare a lavorare.

4. Rovesciare la simmetria invece di analizzarla

Rampini ha ragione quando ricorda che Xi lascia fuori dal proprio racconto le responsabilità cinesi: Taiwan, assertività militare, pressione economica, repressione interna, controllo tecnologico, diplomazia muscolare. I comportamenti di Pechino hanno certamente alimentato paura e diffidenza in Occidente; sarebbe ingenuo, oltre che politicamente cieco, presentarli come semplici reazioni difensive o come inevitabili assestamenti di una potenza in crescita.

Il problema nasce quando questa osservazione, invece di aprire l’analisi, la chiude. Rampini presenta la paura occidentale quasi soltanto come risposta alla Cina, mentre la postura americana (alleanze indo-pacifiche, contenimento tecnologico, restrizioni sulle filiere strategiche, embargo sui semiconduttori avanzati) entra nel quadro come conseguenza naturale, quasi obbligata. Ma se la logica della “trappola” ha un qualche interesse, esso sta proprio nel suo carattere interattivo: una potenza si sente contenuta, l’altra si sente minacciata; ciascuna interpreta la mossa dell’altra come conferma della propria diagnosi, e ciò che nasce come prudenza può diventare, per l’altro, prova di ostilità.

Qui non si tratta di distribuire salomonicamente le colpe, né di produrre una simmetria morale fra Washington e Pechino. Si tratta, più semplicemente, di non rovesciare la semplificazione cinese in una semplificazione opposta. Xi adopera la trappola di Tucidide per spostare sugli Stati Uniti il rischio dell’escalation; Rampini, denunciando questa operazione, rischia però di fare il movimento inverso: trasformare la paura americana in pura lucidità strategica e quella cinese in sola propaganda. La trappola, se presa sul serio, funziona invece proprio perché entrambe le parti agiscono dentro un circuito di anticipazioni, sospetti e irrigidimenti; vederne solo un lato significa nominarla senza davvero usarla.

5. Forzare l’argomento sulla “Repubblica”

Uno dei passaggi più fragili dell’articolo riguarda il nome stesso dello Stato cinese. Rampini osserva che la Repubblica Popolare Cinese usa il termine “Repubblica”, che proviene dalla tradizione romana e che, nella sua accezione moderna, rinvierebbe anche alla Repubblica americana. L’osservazione può avere un valore polemico immediato, ma diventa debole se viene caricata come argomento storico: il lessico politico moderno non si distribuisce secondo linee di purezza culturale, e la Cina non adotta nel 1949 la parola “repubblica” come se stesse rendendo un tributo nascosto agli Stati Uniti.

La genealogia è più lunga e meno lineare. Prima della Repubblica Popolare Cinese c’è la Repubblica di Cina del 1912, nata dopo la caduta dell’impero Qing e dentro il contesto della rivoluzione repubblicana, del pensiero politico di Sun Yat-sen e della circolazione, già allora intensa, di categorie politiche moderne fra Europa, Giappone e Cina. Il lessico della “repubblica”, in Asia orientale, passa infatti attraverso traduzioni, adattamenti, riusi e rielaborazioni; non entra in Cina come un’etichetta americana già pronta, ma come parte di quel più ampio processo attraverso il quale le culture politiche moderne si sono costruite anche per prestiti, torsioni e ricollocazioni. (reuters.com)

Dire che “repubblica” non viene da Confucio è dunque vero, ma dice meno di quanto Rampini vorrebbe far credere. Anche “partito”, “costituzione”, “socialismo”, “Stato”, “nazione” e “sovranità” sono termini che hanno viaggiato fra lingue, imperi, rivoluzioni e traduzioni, assumendo significati diversi nei contesti in cui venivano incorporati. Scoprire che la Cina comunista adopera un lessico politico non interamente generato dalla tradizione cinese non smaschera una contraddizione; ricorda soltanto una cosa ovvia e spesso dimenticata: nessuna modernità politica parla una lingua pura.

Qui Rampini prende una genealogia lunga e composita e la riduce a una battuta identitaria. Come colpo di penna funziona; come argomento, molto meno.

6. Trasformare “Occidente” e “globalisti” in personaggi morali

Nella seconda parte l’articolo sposta progressivamente il fuoco. Il discorso era partito da Xi, da Allison e dall’uso cinese della “trappola di Tucidide”; arriva poi a Davos, a Wall Street, alla Silicon Valley, ai manager europei, ai capitalisti globalisti, fino al paragone con i Trenta Tiranni. Il passaggio ha una sua efficacia polemica, perché consente a Rampini di costruire una continuità immediata fra la retorica diplomatica cinese e l’interesse economico di una parte delle élite occidentali; ma proprio questa continuità, formulata così rapidamente, diventa il punto fragile dell’argomento.

La compressione è evidente: banchieri, manager, industriali europei, tecnologi americani, sostenitori del libero commercio, ingenui della globalizzazione, opportunisti economici e veri o presunti traditori della democrazia finiscono dentro una sola figura morale, il “globalista”. In questo modo non si descrive più una pluralità di interessi, errori, convenienze, illusioni e responsabilità differenziate; si mette in scena un personaggio. E, quando una categoria politica diventa personaggio morale, l’analisi guadagna forza narrativa, ma perde capacità discriminante.

Il risultato è una specie di teatro storico. Da una parte il regime cinese; dall’altra le élite occidentali collaborazioniste; sullo sfondo, il popolo tradito. La citazione di Lee Smith sui Trenta Tiranni serve precisamente a questo: produrre l’immagine di un’oligarchia interna che, per interesse, si metterebbe al servizio della potenza rivale. (tabletmag.com) L’immagine è potente, e proprio per questo andrebbe maneggiata con cautela: perché può illuminare un punto reale, cioè la convergenza fra interessi economici occidentali e crescita cinese, ma può anche incendiare l’intero quadro, impedendo di distinguere fra cooperazione economica, errore strategico, dipendenza industriale, miopia politica e tradimento.

Il problema, dunque, non è negare che una parte dell’Occidente abbia tratto vantaggio dall’integrazione con la Cina, né sostenere che la globalizzazione sia stata un processo innocente. Il problema è trasformare quella storia, già complessa e carica di responsabilità, in una genealogia morale troppo lineare: Xi manipola, i globalisti applaudono, l’Occidente viene consegnato al nemico. È una narrazione efficace; ma ciò che funziona come accusa non funziona necessariamente come spiegazione.

7. Denunciare l’analogia storica altrui e poi usarne una più pesante

Qui la tensione dell’articolo diventa più scoperta. Rampini critica l’uso cinese della Grecia classica: Xi richiamerebbe Tucidide non per comprendere l’antico, ma per servirsene politicamente; assumerebbe una categoria storica già rielaborata da Allison e la piegherebbe alla propria strategia diplomatica. L’obiezione è legittima, ma diventa fragile nel momento in cui Rampini compie, poco dopo, un’operazione analoga e forse ancora più caricata: passa da Tucidide ai Trenta Tiranni, da Sparta alla Cina, da Atene agli Stati Uniti, da Machiavelli alle élite globaliste contemporanee.

Non è l’analogia, in sé, a essere impropria. La storia viene spesso interrogata attraverso somiglianze, ritorni apparenti, strutture che sembrano ripresentarsi in contesti lontani; e senza analogie, probabilmente, una parte importante del pensiero storico-politico perderebbe forza euristica. Ma l’analogia è uno strumento delicato: illumina un tratto solo al prezzo di lasciarne altri nell’ombra. Se la “trappola di Tucidide” deve essere maneggiata con cautela perché rischia di trasformare una categoria interpretativa in uno schema quasi fatale, la stessa cautela dovrebbe valere per i “Trenta Tiranni”, dove il passaggio dall’oligarchia ateniese sostenuta da Sparta alle élite economiche contemporanee filo-cinesi è tutt’altro che innocente.

Invece l’analogia usata da Xi viene trattata come propaganda, mentre quella usata da Rampini tende a funzionare come rivelazione. È qui che la critica perde misura: non perché Rampini non possa richiamare l’antico, ma perché rimprovera all’avversario l’uso politico della storia e, nello stesso movimento, adopera la storia come dispositivo polemico. Il problema, allora, non è stabilire se sia lecito usare Tucidide o i Trenta Tiranni per parlare del presente; è chiedersi perché l’abuso dell’antico diventi scandaloso quando serve a Pechino e diventi invece chiarificatore quando serve alla requisitoria contro i “globalisti”.

8. Usare Trump come caricatura, non come problema

Rampini ironizza su Trump: probabilmente non sapeva chi fosse Tucidide, legge poco, e per questo si presta bene al contrasto con il leader cinese che evoca i classici. La battuta funziona, perché appoggia l’intero quadro su una contrapposizione immediatamente comprensibile: da una parte Xi, che maneggia Tucidide attraverso Allison; dall’altra Trump, che incarnerebbe un’America rozza, transazionale, poco interessata alla profondità storica. Ma proprio qui il bersaglio rischia di diventare troppo facile.

Il problema politico, infatti, non è se Trump conosca Tucidide. È che il confronto fra Stati Uniti e Cina si svolge ormai anche attraverso un lessico storico-politico che non si limita a descrivere il conflitto, ma contribuisce a organizzarlo. Xi parla di “trappola di Tucidide”; Trump trasforma la relazione internazionale in una scena negoziale permanente, fatta di pressione, minaccia, tariffa, rilancio; i commentatori, a loro volta, traducono tutto in guerra di civiltà, tradimento delle élite, declino occidentale, ascesa asiatica, vendetta della storia. In questo circuito, le parole non restano esterne ai rapporti di forza: li accompagnano, li irrigidiscono, talvolta li rendono più pensabili.

Per questo la caricatura di Trump spiega poco. Può servire a segnare una differenza di stile, ma non intercetta il punto essenziale: quando categorie come “trappola”, “contenimento”, “guerra fredda”, “declino”, “tradimento” o “tiranni” entrano stabilmente nel discorso pubblico, esse non funzionano più soltanto come nomi; diventano dispositivi di orientamento, selezionano ciò che deve essere visto, ciò che può essere temuto, ciò che può essere considerato inevitabile. Rampini sembra intuire il pericolo di questo vortice, ma poi vi rientra con una retorica morale occidentale altrettanto caricata: denuncia la teatralizzazione strategica cinese e risponde costruendo, a sua volta, una scena storica in cui i ruoli sono già assegnati.

9. Trasformare una questione analitica in un processo ideologico

L’ultima carenza è anche quella che riassume le precedenti. L’articolo avrebbe potuto lavorare su una domanda importante: che cosa accade quando le analogie storiche entrano nella competizione fra grandi potenze, non più come strumenti cauti di comprensione, ma come dispositivi di legittimazione, ammonimento, accusa o mobilitazione? In questa prospettiva, la “trappola di Tucidide” sarebbe stata un buon oggetto: non perché dica davvero ciò che accadde tra Atene e Sparta, né perché possa spiegare da sola il rapporto fra Stati Uniti e Cina, ma perché mostra come una formula storica possa diventare, nel discorso diplomatico contemporaneo, una forma condensata di attribuzione della responsabilità.

Rampini parte da lì, ma poi restringe il campo invece di allargarlo. La domanda analitica viene progressivamente trasformata in un processo: Xi manipola Tucidide; l’Occidente ingenuo abbocca; i globalisti si arricchiscono; le élite tradiscono; i Trenta Tiranni ritornano. La sequenza è efficace perché offre al lettore una linea continua, quasi senza attrito; ma proprio questa continuità dovrebbe insospettire, perché le vicende che pretende di tenere insieme appartengono a piani diversi e richiederebbero distinzioni più pazienti.

La realtà è meno comoda. La Cina adopera la retorica del win-win mentre pratica forme dure di potere; gli Stati Uniti denunciano l’ascesa cinese mentre difendono la propria supremazia tecnologica e strategica; le élite economiche occidentali hanno certamente tratto vantaggio dall’integrazione con la Cina, ma da questo non segue che ogni rapporto economico diventi tradimento politico; la globalizzazione ha prodotto benefici, dipendenze, squilibri e illusioni, e proprio per questo non può essere compressa nella figura unica del collaborazionismo oligarchico. La polemica, così, guadagna in compattezza ciò che perde in capacità di discriminare.

La carenza finale di Rampini sta qui: vuole colpire così forte da rinunciare, almeno in parte, a distinguere. E quando la distinzione cede, anche una critica giusta rischia di diventare meno vera.

Conclusione

L’articolo di Rampini coglie un punto reale: la “trappola di Tucidide” non è soltanto una formula politologica entrata nel lessico delle relazioni internazionali, ma anche uno strumento retorico della diplomazia cinese. Xi Jinping la adopera per presentare il contenimento americano come il vero fattore di instabilità e per collocare la Cina nella posizione della potenza razionale, cooperativa, ingiustamente ostacolata nella propria ascesa. Fin qui la critica è legittima, perché mostra l’uso interessato di una categoria storica dentro una strategia politica riconoscibile.

Il problema nasce da ciò che Rampini aggiunge a questa osservazione. L’uso cinese di Allison non dimostra, da solo, una contraddizione culturale; la retorica del win-win non esaurisce la funzione diplomatica della “trappola”; il modello di Allison non può essere assunto come sfondo neutro senza discuterne i limiti; la paura occidentale non è solo reazione passiva all’espansione cinese, ma entra anch’essa in un circuito di anticipazioni, contenimenti e irrigidimenti; il termine “Repubblica” non smaschera un debito americano della Cina comunista; e il richiamo ai Trenta Tiranni, infine, non diventa meno problematico solo perché serve a denunciare Pechino e i suoi presunti alleati occidentali.

La questione, allora, non è decidere se Tucidide stia con Xi, con Allison, con Trump o con Rampini. È capire che cosa accade quando la storia viene usata non per aprire un problema, ma per chiuderlo; non per rendere più intelligibile una relazione politica, ma per trasformarla in una scena già ordinata, con colpevoli, complici e traditori. Xi usa Tucidide dentro una strategia diplomatica; Rampini denuncia quell’uso, ma risponde con una costruzione storica altrettanto polemica. La differenza fra i due usi esiste, naturalmente; ma non cancella la simmetria del gesto.

Per questo non occorre difendere Xi, né indulgere verso la politica cinese, per trovare insufficiente l’argomento di Rampini. Basta chiedere alla critica ciò che ogni critica dovrebbe conservare anche quando colpisce un bersaglio giusto: la capacità di distinguere. Quando questa capacità si indebolisce, la storia smette di essere uno strumento di comprensione e diventa repertorio di immagini utilizzabili. E, a quel punto, anche una polemica fondata su un’intuizione corretta rischia di perdere proprio ciò che vorrebbe rivendicare: forza analitica.