La formula agostiniana «meglio zoppicare per la strada giusta che correre in quella sbagliata», quando non sia soltanto citazione ricevuta ma formula riconosciuta nel corso dell’esperienza, presuppone già risolta una domanda che essa non pone: come si riconosce quale strada è quella giusta? Il problema è logicamente anteriore a tutto ciò che il motto insegna. Non riguarda la qualità del passo, né la tenacia del camminatore; riguarda la capacità di discernere prima di muoversi. Nella tradizione greco-romana questo atto si chiama krisis; nella tradizione monastica diakrisis; in Bacone, di nuovo, methodus. La struttura, pur cambiando lessico e contesto, resta la stessa: fermarsi, guadagnare quota, guardare lontano, poi scegliere consapevolmente un sentiero praticabile.
L’immagine più semplice è anche la più antica. Prima di correre, o anche prima di zoppicare, conviene salire su un albero o un’altura e guardare lontano. Questo fa perdere tempo; ma è l’unico modo per non confondere un sentiero con la via. La perdita di tempo è, in realtà, il costo del discernimento; e quel costo, se non viene pagato, si paga poi molto più caro.
Nella tradizione stoica la struttura di questo gesto ha un nome preciso: skopòs, il punto di mira, l’obiettivo che deve essere fissato prima che abbia senso tendere l’arco. Marco Aurelio, nei Ricordi, ritorna ripetutamente sull’esercizio della visione dall’alto: isolare i fatti dal rumore, distinguere ciò che dipende da noi da ciò che non dipende. ([1]) Non si tratta di ozio contemplativo, ma della condizione perché l’azione abbia orientamento. Chi non sale sull’albero non sa dove tendere l’arco; e tende comunque, spesso verso un punto che non ha davvero scelto.
Aristotele aveva già nominato questa capacità con precisione. La phronesis, la saggezza pratica della Nicomachea, non riguarda soltanto l’abilità nei mezzi; riguarda anzitutto la capacità di deliberare bene sui fini. ([2]) È la virtù di chi sa scegliere quale strada imboccare, non soltanto di chi sa percorrerla con tenacia. Per questo Aristotele la collocava al vertice delle virtù intellettuali: senza di essa, le altre virtù rischiano di diventare forza mal diretta, esattamente il cursor praeter viam di Agostino.
Pascal ne coglie il paradosso nella sua stanza: «Tout le malheur des hommes vient d’une seule chose, qui est de ne savoir pas demeurer en repos dans une chambre.» ([3]) L’incapacità di fermarsi, di salire sull’albero per così dire, non è una semplice inquietudine del carattere; è una delle radici dell’azione sconsiderata. La camera di Pascal è l’albero visto dall’interno: uno spazio di sospensione in cui il discernimento diventa possibile.
Nella tradizione monastica orientale il concetto tecnico è diakrisis, discernimento, che Cassiano definisce (riprendendo Evagrio Pontico) «la madre e custode di tutte le virtù». ([4]) La via non viene scelta per cieca adesione; richiede una forma di lucidità contemplativa, una distanza dall’urgenza dell’azione immediata. La diakrisis insegna a non confondere il primo sentiero visibile con quello giusto, né l’entusiasmo del momento con la certezza dell’orientamento.
Bernardo di Chiaravalle costruisce su questa base il suo trattato De Consideratione, scritto per papa Eugenio III. La consideratio (fermarsi, raccogliersi, guardare) è per Bernardo non il contrario dell’azione, ma il suo fondamento: «Qualis rector qui nescit seipsum regere?» ([5]) Chi non sa governare la propria attenzione prima di muoversi, non sa governare nulla. Il De Consideratione può essere letto, in questo senso, come una variazione alta sul medesimo gesto: salire prima di scegliere, anche, e soprattutto, quando si ha il potere di percorrere molte strade.
C’è una seconda immagine che introduce una difficoltà ulteriore. A volte non è soltanto la nebbia mentale a impedire il discernimento; è una siepe, un limite strutturale del campo visivo, un recinto che non si è scelto ma che si è trovato già lì, intorno. La siepe non nega la strada; nega la vista di ciò che sta oltre la strada, e così restringe silenziosamente l’orizzonte delle possibilità percepite.
Leopardi apriva l’Infinito su questa siepe come soglia dell’immaginazione: la vista bloccata che costringe la mente a costruire l’oltre. ([6]) La direzione che qui interessa è però diversa: non consolarsi della siepe attraverso l’immaginazione, ma trovare il modo di guardare oltre. La giraffa non abbatte la siepe; la supera perché la sua conformazione la colloca già sopra il limite. Il suo collo lungo non è una tecnica né una virtù: è una prospettiva diversa, non ottenuta con l’astuzia, ma resa possibile dalla sua stessa conformazione.
In epistemologia, Kuhn ha descritto questo salto come cambio di paradigma: il rivoluzionario scientifico non trova la soluzione migliore all’interno del quadro corrente, ma vede il confine del quadro stesso e guarda oltre. ([7]) È qui che l’immagine della giraffa diventa utile. Il punto non è che il rivoluzionario sia più bravo o più rapido degli altri nella via consueta; è che ha una disposizione intellettuale, un’abitudine alla distanza critica, che gli consente di vedere ciò che la siepe nasconde a chi cammina rasoterra.
A questo punto la relazione tra le due riflessioni può essere precisata. La saggezza del motto agostiniano, zoppicare sulla via giusta vale più che correre su quella sbagliata, è vera e necessaria; ma ha senso pieno soltanto dopo che il discernimento ha fatto il suo lavoro. Prima viene la diakrisis, poi la perseverantia. Prima si sale sull’albero, poi si zoppica con tenacia.
Il camminatore prudente di Agostino e Tommaso ha già scelto la via, e la sua saggezza consiste nel restarvi anche quando il passo è debole. La giraffa che guarda oltre la siepe non ha ancora percorso un metro: ha ottenuto qualcosa di più elementare, la possibilità di scegliere consapevolmente dove andare. Sono due movimenti distinti, e non conviene invertirne l’ordine. Confonderli, cioè mettere la tenacia prima del discernimento, è la forma più laboriosa di perdersi: si procede anche con energia, perfino con dignità, ma praeter viam.
[1] Marco Aurelio, Ricordi (Τὰ εἰς ἑαυτόν), X, 11; cfr. anche IX, 30, sull’esercizio della visione dall’alto (ὑπεροψία).
[2] Aristotele, Etica Nicomachea, VI, 5, 1140a 24 – 1140b 12: definizione della φρόνησις come «disposizione razionale vera e pratica rispetto a ciò che è bene e male per l’uomo».
[3] Blaise Pascal, Pensées, fr. 136 (ed. Brunschvicg; fr. 168 ed. Sellier): «Tout le malheur des hommes vient d’une seule chose, qui est de ne savoir pas demeurer en repos dans une chambre.»
[4] Giovanni Cassiano, Collationes, II, 4 (De discretione): «discretionem … omnium virtutum et matrem esse et custodem ac moderatricem»; cfr. Evagrio Pontico, Praktikos, 64.
[5] Bernardo di Chiaravalle, De Consideratione, I, 7: «Qualis rector qui nescit seipsum regere?»
[6] Giacomo Leopardi, L’Infinito (1819), vv. 1-4: «Sempre caro mi fu quest’ermo colle / e questa siepe, che da tanta parte / dell’ultimo orizzonte il guardo esclude. / Ma sedendo e mirando…»
[7] Thomas S. Kuhn, The Structure of Scientific Revolutions, University of Chicago Press, 1962, cap. IX-X (sul cambio di paradigma come rottura della visione corrente, non come suo perfezionamento).
Marco Aurelio, Ricordi (Τὰ εἰς ἑαυτόν).
Aristotele, Etica Nicomachea, VI.
Pascal, Blaise, Pensées, fr. 136 / 168.
Cassiano, Giovanni, Collationes, II.
Bernardo di Chiaravalle, De Consideratione.
Leopardi, Giacomo, L’Infinito, in Canti (1831).
Kuhn, Thomas S., The Structure of Scientific Revolutions, University of Chicago Press, 1962.