Milestone e dintorni: anglicismi, linguaggio tecnico e la silenziosa erosione dell’italiano

Giulio Vidotto, Università di Padova

Working Paper

Abstract L’adozione sempre più estesa di anglicismi nei linguaggi tecnico-specialistici italiani viene di solito giustificata con ragioni pratiche: rapidità comunicativa, allineamento internazionale, consuetudine di settore. Queste ragioni non sono sempre infondate; diventano tuttavia insufficienti quando il prestito non colmi un vuoto reale, ma si sostituisca a un lavoro di traduzione e di mediazione concettuale che sarebbe ancora possibile. Quando un lessico tecnico passa da una lingua all’altra senza essere davvero assunto dalla lingua che lo riceve, non introduce soltanto parole nuove: modifica il modo in cui un ambito viene nominato, ordinato e reso pensabile. Il caso degli anglicismi nell’italiano istituzionale, accademico e amministrativo riguarda perciò non solo la lingua, ma la formazione stessa delle categorie con cui si descrivono procedure, ruoli, obblighi e criteri di valutazione. La postura descrittiva dell’Accademia della Crusca resta comprensibile sul piano metodologico, ma mostra il proprio limite quando il fenomeno investe testi pubblici, bandi, atti amministrativi e pratiche di ricerca. In questo quadro il vecchio burocratese offre un caso rivelatore: una tradizione amministrativa a lungo refrattaria persino alla semplificazione dell’italiano ha accolto con notevole facilità il lessico manageriale angloamericano. Il problema, dunque, non è difendere l’italiano da ogni prestito, ma distinguere i prestiti che rispondono a una necessità concettuale da quelli che indicano dipendenza terminologica, prestigio imitativo o rinuncia alla costruzione di un lessico tecnico autonomo.

1. Il caso milestone

Un termine apparentemente marginale permette di entrare nel problema senza investirlo subito di un significato generale: milestone. Nei documenti di progetto europei, nei grant proposal accademici, nelle presentazioni aziendali e nei materiali di rendicontazione, la parola compare spesso in testi italiani senza traduzione. Il Dipartimento per gli Affari Europei suggerisce “traguardo” o “obiettivo intermedio”; nella pratica, però, il termine inglese tende a prevalere anche quando il testo, per sintassi, destinatari e funzione dichiarata, resta formalmente italiano.

La parola interessa proprio perché non sembra minacciosa. Non designa un oggetto intraducibile, né introduce una categoria tecnica che l’italiano non possa esprimere; eppure viene spesso mantenuta tale e quale, come se la traduzione ne indebolisse l’efficacia amministrativa o progettuale. Lo stesso accade, con gradi diversi di necessità e di inerzia, per deadline, deliverable, stakeholder, outcome, evidence, accuracy. La spiegazione abituale è che manchino equivalenti precisi. Talvolta è vero; più spesso gli equivalenti esistono, ma non vengono cercati, oppure vengono percepiti come meno autorevoli perché non appartengono al lessico dominante del settore.

Qui si produce una distinzione che conviene non formulare in modo troppo astratto. Un prestito può colmare un vuoto lessicale o concettuale; può anche sostituire una parola disponibile e, nel farlo, trasferire nel testo un segnale di appartenenza professionale, di conformità procedurale, di adesione a un lessico ritenuto più legittimo. In questa seconda situazione l’anglicismo non resta un semplice fatto lessicale: diventa il punto visibile di un rapporto tra lingua, autorità e riconoscimento istituzionale.

2. Il limite del descrittivismo linguistico

L’Accademia della Crusca si è espressa più volte sul fenomeno degli anglicismi adottando una postura prevalentemente descrittiva: il compito dell’istituzione, si sostiene, non sarebbe prescrivere dall’alto gli usi della lingua, ma osservarli, registrarli e documentarli. In questa prospettiva, gli anglicismi vengono inclusi tra le “parole nuove” senza che la loro presenza comporti, di per sé, un giudizio normativo.1

Questa posizione è difendibile se si guarda alla lingua come a un organismo storico che muta attraverso l’uso. Diventa meno sufficiente quando gli usi non nascono soltanto dalla comunicazione ordinaria, ma da dispositivi istituzionali nei quali il lessico contribuisce a stabilire procedure, ruoli, obblighi, criteri di valutazione e forme di accesso. La pubblica amministrazione, la comunicazione europea e la ricerca accademica non sono spazi linguisticamente neutri: in essi una parola può fissare una categoria operativa, orientare una pratica, definire ciò che sarà riconoscibile come adempimento, esito o prova.

Il mutamento di tono registrato nel marzo 2026, quando il presidente dell’Accademia della Crusca Paolo D’Achille ha dichiarato che “l’italiano è a rischio” e che “bisogna fare qualcosa al più presto”, segnala che il fenomeno ha oltrepassato la soglia della semplice registrazione lessicale.23 Non perché la Crusca debba trasformarsi in un’autorità punitiva della lingua, bensì perché anche un’istituzione tradizionalmente cauta sul piano prescrittivo riconosce che l’erosione dell’italiano nello studio, nella ricerca e nei linguaggi specialistici non dipende solo da dinamiche spontanee. Dipende anche da rapporti di prestigio e da asimmetrie culturali che si depositano nelle parole prima ancora di diventare oggetto di discussione teorica.

3. Oltre il lessico: il rischio epistemico

La questione, allora, non riguarda soltanto la sostituzione di alcune parole italiane con parole inglesi. Riguarda la possibilità che interi settori del discorso tecnico vengano riorganizzati secondo categorie elaborate altrove e importate senza un vero lavoro di mediazione concettuale. Serianni ha parlato di “territorio impoverito” a proposito dei linguaggi specialistici italiani, osservando come la familiarità dei ricercatori con l’inglese favorisca, anche nella comunicazione corrente in italiano, l’adozione di termini inglesi quando ci si esprime nella propria disciplina.45

Il caso di evidence è istruttivo. Nel linguaggio accademico e scientifico il termine arriva spesso insieme al quadro epistemologico dell’evidence-based medicine; quando sostituisce “dato empirico”, “prova”, “indicazione sperimentale” o “riscontro”, non introduce semplicemente una parola più breve, ma tende a comprimere differenze che in italiano restano utili. Un dato empirico non coincide sempre con una prova; un’indicazione sperimentale non ha necessariamente il medesimo grado assertivo di una evidenza; un riscontro conserva una prudenza che l’uso internazionale di evidence, quando venga trasferito senza mediazione, può facilmente cancellare. Tullio De Mauro, nell’introduzione al Grande dizionario italiano dell’uso, aveva già individuato nei linguaggi specialistici il principale vettore degli anglicismi nel lessico italiano: una diagnosi formulata da tempo, ma resa più attuale dalla velocità con cui i domini tecnico-scientifici si sono internazionalizzati.6

Qualcosa di analogo accade con resilience, empowerment, governance, accountability. Ciascuno di questi termini porta con sé una storia concettuale specifica, non universalmente trasferibile e non sempre sovrapponibile alle risorse dell’italiano. Quando la parola viene assunta senza traduzione, o con una traduzione solo apparente, anche il sistema di distinzioni che essa presuppone entra nel discorso come se fosse naturale. Non tradurre, in questi casi, può diventare il modo attraverso cui una lingua rinuncia a elaborare autonomamente le categorie con cui pensa i propri oggetti.

4. Il burocratese e la nuova permeabilità all’anglicismo

Il linguaggio amministrativo italiano offre un caso particolarmente rivelatore. Il burocratese tradizionale, descritto dalla Treccani come espressione di un “italiano prevalentemente proveniente dall’uso giuridico”, era costruito su arcaismi, latinismi, locuzioni preposizionali contorte (con l’ausilio di, a mezzo di, nella persona di) e perifrasi dilatorie.7 Era spesso opaco, talvolta inutilmente solenne, ma restava interno alla storia dell’italiano amministrativo e giuridico.

Proprio per questo la sua trasformazione recente merita attenzione. Lo stesso sistema che per decenni ha resistito alla semplificazione dell’italiano ordinario ha accolto con facilità notevole il lessico dell’aziendalese: un ibrido di gergo manageriale angloamericano, terminologia tecnologico-scientifica e residui burocratici. A partire dagli anni Ottanta, e con maggiore intensità negli ultimi due decenni, decreti, atti amministrativi, moduli, avvisi ai cittadini e documenti progettuali hanno iniziato a ospitare forestierismi non adattati in quantità crescente.89

La dinamica va osservata da vicino. Si continuano a tollerare “nonché”, “ad oggetto”, “nella persona di”, “in riferimento a quanto sopra indicato”, mentre entrano senza particolare resistenza task force, brainstorming, performance, feedback, mission. La difficoltà non sta soltanto nella sopravvivenza di un italiano amministrativo vecchio e pesante; sta nella sua saldatura con un lessico nuovo, che trae prestigio dall’inglese e dal modello organizzativo che esso evoca. Gli arcaismi giuridici tendono a conservarsi per inerzia corporativa; gli anglicismi manageriali vengono adottati perché appaiono moderni, efficienti, internazionali, o almeno perché tali sembrano a chi li impiega. In entrambi i casi la lingua serve meno a chiarire che a collocare il parlante entro un ordine professionale riconoscibile.1011

Calvino aveva indicato, con il concetto di antilingua, una lingua che non dice ciò che potrebbe dire, ma lo allontana, lo scherma, lo rende meno accessibile. L’aziendalese anglicizzato non è la semplice continuazione del vecchio burocratese; ne rappresenta piuttosto una trasformazione conforme al presente. Non oscura più soltanto attraverso la solennità amministrativa; oscura anche attraverso l’apparenza dell’efficienza, della competenza globale, dell’allineamento a procedure che sembrano tanto più autorevoli quanto meno vengono tradotte.

5. La mediazione europea e la normalizzazione terminologica

Un ruolo decisivo in questo processo è svolto dalla produzione normativa, progettuale e amministrativa dell’Unione Europea. Bandi Horizon Europe, regolamenti legati al PNRR, linee guida di agenzie e programmi europei sono spesso pensati, redatti o stabilizzati in inglese; la versione italiana, quando esiste, tende a conservarne alcuni nuclei terminologici come elementi di coerenza procedurale. Termini come milestone, target, output entrano così nei testi italiani non come scelte stilistiche individuali, ma come componenti di una catena amministrativa nella quale tradurre può sembrare meno sicuro che ripetere.12

Il funzionamento del processo non è lineare. Il professionista riprende il lessico europeo per non perdere aderenza al bando; l’ente lo conserva per garantire continuità nella rendicontazione; il valutatore lo riconosce come segnale di conformità. Poco alla volta, il termine smette di apparire come prestito e comincia a funzionare come norma di fatto. Nessuno decide esplicitamente che l’italiano debba arretrare; l’arretramento prende forma per adattamenti successivi, ciascuno dei quali può sembrare ragionevole nel proprio contesto.

Il confronto con altre lingue europee mostra che la questione non riguarda l’inevitabilità tecnica dell’inglese, ma la presenza, o l’assenza, di istituzioni e abitudini capaci di produrre equivalenti. Il tedesco elabora composti propri, come Meilenstein per milestone; il francese dispone di pratiche terminologiche più sistematiche, sostenute dalla Commission générale de terminologie et de néologie. L’italiano, pur avendo una tradizione retorica e lessicale ricchissima, sembra esercitare con minore continuità questa funzione di mediazione. Il risultato non è una fisiologica apertura al prestito, bensì la rinuncia preventiva a verificare se una traduzione sia possibile, utile e, in alcuni casi, persino più precisa.13

6. Effetti pratici e perdita di accesso

I rischi appena descritti non restano confinati al piano teorico. L’inflazione di anglicismi tecnici produce anzitutto un problema di accesso: cittadini, pazienti, studenti, amministrati e utenti dei servizi pubblici possono trovarsi di fronte a documenti che li riguardano direttamente, ma che usano un lessico comprensibile solo a chi appartiene già al circuito professionale che lo produce. In questo senso l’anglicismo non adattato può sommarsi al vecchio burocratese, più che sostituirlo; il testo diventa meno solenne in superficie, non per questo più accessibile. La ricerca sul burocratese svolta all’Università di Padova ha documentato come la complessità del linguaggio amministrativo generi una forma di opacità democratica: il cittadino non è escluso formalmente dal testo, ma può esserlo di fatto dalla sua comprensione.14

Un secondo effetto riguarda l’ambiguità interlinguistica. Termini come evidence o outcome non coincidono perfettamente con “prova” o “esito”; coprono aree semantiche diverse, e proprio questa non coincidenza può produrre fraintendimenti nei contesti traduttivi, valutativi e interpretativi.15 La difficoltà non nasce soltanto dall’inglese, ma dall’illusione che la parola inglese, lasciata intatta, risolva il problema della traduzione. In realtà lo sospende; e lo sospende nel punto in cui sarebbe necessario decidere quale significato tecnico si intenda assumere.

Vi è poi un impoverimento meno visibile, ma forse più duraturo. Se non si sviluppano equivalenti italiani, il lessico specialistico della lingua di arrivo smette di crescere proprio nei settori nei quali maggiore sarebbe il bisogno di precisione. Gualdo e Telve distinguono, a questo proposito, situazioni di “convivenza pacifica”, “convivenza burrascosa” e vera sostituzione tra anglicismi e corrispondenti italiani.16 La sostituzione diventa critica quando il termine italiano non viene più avvertito come inadeguato dopo un confronto, ma non entra più nemmeno in competizione.

L’esito estremo di questo processo è ciò che alcuni osservatori definiscono rischio di “dialettizzazione”: l’inglese tende a configurarsi come lingua alta della ricerca, della tecnologia, dell’economia e della governance, mentre l’italiano resta lingua della comunicazione ordinaria, domestica, affettiva o amministrativa di basso livello.17 Il termine può apparire forte, ma nomina una possibilità reale: una lingua non si impoverisce soltanto quando perde parlanti; può impoverirsi anche quando non venga più usata per pensare, nominare e discutere i domini nei quali si produce conoscenza.

7. Per una posizione critica non puristica

Una posizione critica sugli anglicismi non coincide con un purismo linguistico ingenuo. Le lingue vivono anche di prestiti, e l’italiano si è formato attraverso stratificazioni di latinismi, grecismi, arabismi, francesismi e molti altri apporti. Il problema non è dunque la presenza dello straniero nella lingua, ma il rapporto che si stabilisce tra prestito, necessità concettuale e autonomia espressiva.

Occorre distinguere, almeno in via preliminare, tra prestiti che integrano la lingua perché nominano oggetti, pratiche o concetti difficilmente esprimibili con risorse già disponibili, e prestiti che sostituiscono parole italiane per inerzia, convenzione, prestigio o allineamento mimetico. I primi possono arricchire; i secondi producono dipendenza, soprattutto quando penetrano nei linguaggi tecnici senza essere sottoposti a un lavoro di verifica terminologica.

La ricerca empirica sull’italiano accademico suggerisce, del resto, un quadro meno catastrofico di quello talvolta evocato nel dibattito pubblico: nei manuali universitari di linguistica, matematica e diritto, gli anglicismi restano percentualmente marginali. Il problema sembra concentrarsi in aree specifiche, quali economia, informatica, scienze biologiche, management e pubblica amministrazione, dove la pressione del modello angloamericano è più forte e dove la rete di controllo terminologico è più debole.18

La domanda, allora, non è se l’italiano debba proteggersi da ogni interferenza, ma se sia ancora disposto a interrogarsi, caso per caso, sulla necessità dei prestiti che accoglie. Esiste un equivalente italiano preciso? Se esiste, che cosa si perde usandolo e che cosa, eventualmente, si guadagna? Se non viene usato, la ragione è linguistica, tecnica, istituzionale o soltanto simbolica? Sono domande modeste, e proprio per questo difficili da eludere. Spostano il discorso dal fastidio per l’anglicismo alla responsabilità nella costruzione dei linguaggi specialistici.

Una politica linguistica consapevole non dovrebbe limitarsi a deplorare gli usi, né pretendere di vietarli. Dovrebbe piuttosto favorire la produzione, la circolazione e la legittimazione di alternative italiane nei domini in cui la lingua rischia di diventare derivata. Non si tratta di chiudere l’italiano alla circolazione dei saperi, ma di mantenerlo capace di partecipare alla loro elaborazione. Solo a questa condizione esso potrà restare lingua di lavoro teorico, tecnico e istituzionale, non semplice superficie di ricezione di categorie prodotte altrove.


  1. https://diciamoloinitaliano.wordpress.com/2025/03/24/gli-anglicismi-tra-le-parole-nuove-della-crusca/↩︎

  2. https://www.ilgiornale.it/news/attualit/lallarme-dellaccademia-crusca-lingua-italiana-rischio-2645604.html↩︎

  3. https://libreriamo.it/lingua-italiana/paolo-dachille-corsi-italiano/↩︎

  4. https://riviste.unimi.it/index.php/promoitals/article/download/30544/25261/89953↩︎

  5. https://www.studocu.com/it/document/universita-di-bologna/linguistica-generale/parole-nostre/77984012↩︎

  6. https://www.treccani.it/enciclopedia/linguaggi-specialistici_(XXI-Secolo)/↩︎

  7. https://www.treccani.it/enciclopedia/burocratese_(Enciclopedia-dell'Italiano)/↩︎

  8. https://www.tradinfo.org/blog/legemonia-dellaziendalese-dagli-uffici-alla-vita-quotidiana-riflessioni-sparse/↩︎

  9. https://www.poliorama.it/2021/07/16/anglismi-nella-lingua-italiana-la-responsabilita-delle-istituzioni-pubbliche/↩︎

  10. https://www.tradinfo.org/blog/legemonia-dellaziendalese-dagli-uffici-alla-vita-quotidiana-riflessioni-sparse/↩︎

  11. https://www.poliorama.it/2021/07/16/anglismi-nella-lingua-italiana-la-responsabilita-delle-istituzioni-pubbliche/↩︎

  12. https://www.poliorama.it/2021/07/16/anglismi-nella-lingua-italiana-la-responsabilita-delle-istituzioni-pubbliche/↩︎

  13. https://www.ilgiornale.it/news/attualit/lallarme-dellaccademia-crusca-lingua-italiana-rischio-2645604.html↩︎

  14. https://thesis.unipd.it/retrieve/30ae2428-9dfd-4b37-a98a-b5ce3392b148/Merotto_Paolo.pdf↩︎

  15. https://www.openstarts.units.it/bitstreams/eb9650b9-3196-4e25-90ff-829514d52982/download↩︎

  16. https://riviste.unimi.it/index.php/promoitals/article/view/30544/25261↩︎

  17. https://diciamoloinitaliano.wordpress.com/2026/04/13/lallarme-della-crusca-litaliano-e-a-rischio-bisogna-fare-qualcosa/↩︎

  18. https://riviste.unimi.it/index.php/promoitals/article/view/30544↩︎