Uno spritz a Hormuz

Sono le sei di sera. Mi dirigo verso casa portando le borse della spesa. La Fondamenta della Misericordia si è già riempita, come ogni sera, come se qualcuno avesse dato un segnale segreto che io non riesco mai a intercettare. Ragazzi seduti sul bordo del canale, gambe nel vuoto, bicchieri rosso-arancio in mano. Lo spritz. Il rito. Mi fermo, non per scelta.

Bloccato.

E mentre aspetto che si apra un varco tra i corpi e le risate, sono oramai in Fondamenta degli Ormesini. Un nome che sento da tutta la vita. Solo che questa sera, immobile con le borse che pesano, inizio a chiedermi cosa mai voglia dire davvero.

Ormesini. Non è un nome veneziano, o meglio, è diventato veneziano dopo un viaggio lunghissimo. Viene da Ormuz, Hormuz quel punto stretto di mare tra l’Iran e la penisola arabica attorno a cui oggi si giocano le partite geopolitiche più pericolose del mondo. Nel Medioevo era uno dei nodi del commercio globale: spezie, profumi, schiavi, e soprattutto seta. Una seta particolare, intrecciata con fili d’oro, leggerissima, che prendeva il nome degli abitanti del porto da cui partiva.

Gli ormesini, appunto.

I mercanti veneziani la compravano a Ormuz, la portavano su per il Golfo Persico, attraverso le carovane della via della seta, poi per mare fino a Venezia. E Venezia, com’era nella sua natura profonda, non si accontentava di importarla. Cominciava a imitarla, a riprodurla, a migliorarla. In questo sestiere di Cannaregio, lungo questo canale, si insediavano i tessitori. Si aprivano le botteghe. Si formava un distretto intero, e la riva prese il nome della merce che la animava.

Pochi passi da qui c’è il Ghetto. Il primo ghetto della storia, istituito nel 1516. Venezia confinava lì gli ebrei, li temeva di notte e di giorno li usava. Banchieri, mercanti, intermediari utili per i commerci che tenevano in piedi la Serenissima ma temibili per i legami con tenevano con l’Impero Ottomano e altre nemici di Venezia. Tra la Fondamenta degli Ormesini e il Ghetto scorre il Rio della Misericordia. Un nome che suona come una dichiarazione d’intenti, o forse come un’ironia della storia.

Persia, Israele, Venezia: separati da un rio. Connessi da secoli di commercio, di tensione, di necessità reciproca.

Questa sera ho aspettato che si aprisse uno spiraglio tra i ragazzi. L’ho trovato, ho passato le borse da una mano all’altra e mi sono infilato nel varco. Nessuno mi guarda. Tutti impegnati a stare insieme, a occupare lo spazio pubblico con la stessa naturalezza con cui, cinquecento anni fa, lo occupavano i tessitori che lavoravano la seta di Ormuz.

Venezia è sempre stata un imbuto. Un luogo dove il mondo si stringe, passa, lascia un nome su una pietra e scompare.

Penso allora a qualcun altro bloccato. Non agli Ormesini, a Hormuz. Anche lui con la sua borsa della spesa in mano, in attesa che si apra un varco. Un qualcosa che blocca il traffico, una tensione che blocca il mare, una guerra che blocca l’umanità. Lo stesso punto geografico, la stessa parola, la stessa condizione: fermi, in attesa di qualcosa che nessuno sa.

Loro forse non sanno molto dello spritz. Io so poco di quello che accade laggiù.

Eppure siamo sullo stesso nome e nei nomi sta l’essenza delle cose.