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Abstract

Questo saggio propone una lettura storica delle origini del sionismo politico novecentesco a partire da una prospettiva interna all’ebraismo diasporico. La tesi centrale è che il sionismo herzliano non rappresenti una novità assoluta, ma la secolarizzazione politica di un’egemonia culturale e teologica ashkenazita che si afferma progressivamente a partire dal XVI secolo. Attraverso l’analisi del contesto veneziano — a partire dall’istituzione del ghetto nel 1516 — e dell’incontro tra comunità sefardite e ashkenazite nell’Impero Ottomano, si argomenta che una lettura escatologico-letterale della “terra promessa”, propria della tradizione ashkenazita, diventa progressivamente egemonica nell’ebraismo globale, oscurando tradizioni alternative sefardite e mizrahi. Il sabbatianesimo (XVII secolo) viene identificato come momento cruciale di diffusione pan-ebraica di questa lettura. Il sionismo politico è interpretato, con gli strumenti di Gramsci, Arendt e Said, come la cristallizzazione moderna di questo processo egemonico: un progetto particolare — ashkenazita, europeo, nazionalista — presentato come progetto universale dell’intero popolo ebraico. Il saggio si avvale di fonti primarie veneziane, di storiografia critica israeliana e di teoria politica critica, mantenendo consapevolezza esplicita dei propri limiti interpretativi.

Parole chiave: sionismo, egemonia ashkenazita, terra promessa, ghetto, diaspora ebraica, sabbatianesimo, Venezia


1. Introduzione: una parola come traccia

Le parole conservano memoria storica con una precisione che spesso sfugge ai documenti. Ghetto — termine oggi universale per indicare la segregazione urbana di una minoranza — è una di queste parole. La sua etimologia è veneziana: geto, dal nome della fonderia (getare, fondere il metallo) che sorgeva sull’isola di Cannaregio dove, nel 1516, la Repubblica di Venezia confinò la comunità ebraica della città (Pullan 1971; Ravid 1987). Ma la parola che il mondo conosce non è geto — è ghetto, con la g dura e la doppia t. Questa trasformazione fonetica non è casuale né puramente ortografica: è la traccia di una pronuncia ashkenazita. In yiddish e nelle varietà germaniche parlate dagli ebrei dell’Europa centro-orientale, la g davanti a e è sempre velare dura, e la consonante intervocalica tende al rafforzamento. Sono gli ebrei ashkenaziti — presenti a Venezia come comunità separata, con sinagoga propria (la Scola Grande Tedesca) — che diffondono il termine nel mondo con la loro fonetica (Stow 1992).

Questa doppia impronta fonetica — la gh e la tt — è una stratificazione storica leggibile in una sola parola: Venezia ha creato il luogo, gli ashkenaziti hanno creato la parola. Il mondo ha ereditato entrambi senza sapere che in quelle due lettere è già contenuta una storia di separazione, sopravvivenza e identità diasporica.

Questo dettaglio etimologico non è un ornamento narrativo. È il punto di ingresso metodologico del saggio: la storia del sionismo — come progetto politico, come ideologia, come egemonia culturale — non si comprende senza distinguere le diverse comunità che compongono l’ebraismo diasporico, le loro tradizioni teologiche, le loro reti geopolitiche, i loro rapporti di forza interni. La parola ghetto, con le sue due impronte ashkenazite, ci ricorda che l’ebraismo non è mai stato monolitico — e che la sua storia interna è una storia di differenze, gerarchie e, alla fine, di egemonia di una tradizione sulle altre.


2. Venezia 1516: necessità, opportunità e paura politica

L’istituzione del ghetto veneziano nel 1516 è tradizionalmente narrata come misura religiosa e morale: la Repubblica cristiana che separa la comunità ebraica per ragioni confessionali e di ordine sociale (Ravid 1987). Questa lettura non è falsa, ma è parziale. Per comprenderla appieno occorre restituirla al suo contesto geopolitico.

Il 1516 cade nel pieno di una crisi strategica veneziana di proporzioni straordinarie. La disfatta di Agnadello (1509) aveva temporaneamente distrutto il dominio terraferma della Repubblica. Sul fronte orientale, la competizione con l’Impero Ottomano per il controllo del Mediterraneo era continua e logorante: Venezia aveva perso Negroponte nel 1470, Modone e Corone nel 1500, e le guerre ottomano-veneziane si susseguivano con frequenza crescente (Lane 1973). In questo contesto, la presenza nella città di comunità ebraiche con reti commerciali e familiari che attraversavano il confine con l’Impero Ottomano non era una questione di ordine morale — era una questione di sicurezza dello Stato.

Le comunità ebraiche veneziane erano strutturalmente eterogenee. Vi erano gli ebrei tedeschi (ashkenaziti), presenti da più tempo, orientati verso le reti commerciali dell’Europa centro-orientale; i levantini, ebrei del Mediterraneo orientale con connessioni dirette con l’Impero Ottomano; e, dopo il 1492, i ponentini o sefarditi, rifugiati dall’espulsione spagnola e portoghese, portatori di reti iberiche, mediterranee e ottomane (Ravid 1987; Stow 1992). Queste tre comunità erano giuridicamente distinte, avevano sinagoghe separate, e i loro rapporti reciproci erano tutt’altro che privi di frizioni.

È nella componente levantina e sefardita — non in quella ashkenazita — che Venezia individuava il rischio geopolitico più immediato. Il caso più emblematico è quello della famiglia Nasi: Doña Gracia Nasi e suo nipote Joseph Nasi, marrani portoghesi transitati per Venezia e Anversa prima di stabilirsi definitivamente a Costantinopoli, dove Joseph divenne consigliere influente di Selim II e duca di Nasso (Roth 1948). La loro traiettoria — da Venezia alla corte ottomana — non era eccezionale: rappresentava una struttura ricorrente di famiglie sefardite con rami simultaneamente attivi su entrambi i lati del conflitto veneziano-ottomano. Il confine tra commercio, diplomazia e intelligence in quel contesto era sottilissimo e spesso inesistente (Benbassa 1993).

Il ghetto risponde anche a questa preoccupazione: concentrare la comunità ebraica in un luogo fisicamente delimitato, chiudibile di notte, sorvegliabile, era una misura di controllo politico oltre che religioso. La motivazione ufficiale — religiosa e morale — era la narrativa legittimante; la logica sottostante era di sicurezza e intelligence. Come Gramsci avrebbe formulato, l’egemonia funziona esattamente così: si presenta come universale e morale ciò che è particolare e politico (Gramsci 1975).

Va sottolineato con forza, tuttavia, che questa logica produceva una conseguenza strutturalmente ingiusta: l’intera comunità ebraica veneziana — ashkenaziti, levantini, sefarditi, con storie, reti e lealtà radicalmente diverse — veniva sottoposta a una misura collettiva motivata dalle connessioni geopolitiche di una sua componente specifica. È uno dei meccanismi che Hannah Arendt identifica come fondativo dell’antisemitismo moderno: la responsabilità collettiva attribuita a un gruppo per le azioni di alcuni suoi membri, meccanismo che dissolve la distinzione tra individuo e appartenenza etnica (Arendt 1951).


3. L’incontro ottomano: sefarditi, ashkenaziti e la rete diasporica

L’espulsione degli ebrei dalla Spagna (1492) e dal Portogallo (1497) produce uno dei più significativi movimenti migratori della storia ebraica medievale. Solimano il Magnifico accoglie i rifugiati sefarditi con una politica deliberata di integrazione funzionale: portano competenze finanziarie, mediche, commerciali e — crucialmente — reti relazionali che attraversano l’Europa cristiana (Shaw 1991). Alcune fonti attribuiscono a Solimano la battuta che Ferdinando di Spagna, espellendo gli ebrei, si era impoverito arricchendo l’impero ottomano.

I sefarditi si insediano principalmente a Salonicco, Costantinopoli, Smirne e nelle città del Levante. Portano con sé la tradizione intellettuale e filosofica andalusa — la grande sintesi maimonidea di razionalismo aristotelico e teologia ebraica — e una propensione all’integrazione culturale con le società ospitanti che li distingue nettamente dalla tradizione ashkenazita (Maimonides 1963). La loro lettura della “terra promessa” è storicamente più allegorica e filosofica: la terra come concetto giuridico e spirituale, non necessariamente come imperativo geografico immediato.

Gli ashkenaziti sono presenti nell’Impero Ottomano su traiettorie diverse: nelle regioni balcaniche, in Anatolia, nell’Europa orientale sotto sovranità ottomana. La loro tradizione è formatasi in un contesto radicalmente diverso — la diaspora dell’Europa centro-settentrionale, con le sue persecuzioni sistematiche, i pogrom, l’isolamento nei ghetti, la pressione costante della maggioranza cristiana. Questa esperienza storica ha prodotto una teologia della diaspora più chiusa, più escatologica, più centrata sull’attesa del ritorno come compimento profetico necessario (Scholem 1973). La lettura ashkenazita della “terra promessa” è tendenzialmente più letterale: la diaspora come esilio temporaneo, la terra come destinazione necessaria, il ritorno come imperativo religioso non negoziabile.

L’incontro tra le due comunità nell’Impero Ottomano non produce una sintesi immediata. Le differenze liturgiche, linguistiche (ladino vs yiddish) e culturali restano profonde, e i rapporti sono spesso segnati da diffidenza reciproca. Ma crea le condizioni per una prima circolazione di idee e letture teologiche su scala pan-ebraica che non aveva precedenti storici. I Nasi — sefarditi con formazione iberica, operativi a Venezia e poi a Costantinopoli — rappresentano la cerniera di questo incontro: la loro rete tocca simultaneamente il mondo sefardita mediterraneo, le comunità ashkenazite europee e la corte ottomana (Roth 1948).

È in questo contesto che si pone la questione centrale del saggio: cosa avviene, in questo incontro, sul piano delle idee e delle letture teologiche? La tesi che si propone è che non si tratti di un incontro tra pari che produce una sintesi nuova, ma di una trasmissione: gli ashkenaziti comunicano ai sefarditi — e attraverso di loro all’ebraismo globale — la loro lettura specifica, più elaborata teologicamente e più sedimentata nell’esperienza della persecuzione, del “progetto” che muove l’ebraismo come collettività diasporica. Una lettura che i sefarditi, più integrati nelle culture mediterranee e islamiche, non avevano sviluppato con la stessa intensità.


4. La trasmissione del progetto: terra promessa e sabbatianesimo

Per comprendere la tesi della trasmissione è necessario chiarire cosa si intende per “diverse letture della terra promessa” nell’ebraismo medievale e moderno.

La tradizione sefardita, nella sua espressione più alta, è rappresentata da Mosè Maimonide (1138-1204), formatosi nell’Andalusia islamica. Nella Guida dei perplessi (Maimonides 1963), Maimonide sviluppa una teologia razionalista in cui i concetti biblici — inclusa la terra promessa — sono frequentemente reinterpretati in chiave allegorica o filosofica. La terra non scompare come concetto, ma la sua centralità escatologica è mediata dalla ragione. Questa tradizione produce una diaspora relativamente a proprio agio con l’integrazione culturale: gli ebrei sefarditi di al-Andalus, di Costantinopoli, del Cairo sono spesso poliglotti, filosofi, medici di corte, interlocutori intellettuali delle culture dominanti.

La tradizione ashkenazita si forma in un contesto radicalmente diverso. Le comunità ebraiche dell’Europa centro-settentrionale vivono sotto pressione costante: le crociate del 1096 producono i primi massacri sistematici sul Reno; la Peste Nera del 1348-1350 porta a pogrom generalizzati con l’accusa di avvelenamento dei pozzi; le espulsioni dall’Inghilterra (1290), dalla Francia (1306, 1394), da numerose città tedesche si susseguono per secoli (Chazan 1987). In questo contesto, la teologia della diaspora ashkenazita sviluppa una tensione escatologica più intensa: la sofferenza presente è interpretata come esilio (galut) che attende il compimento profetico del ritorno. La terra promessa è una destinazione reale, fisica, necessaria — non un’allegoria filosofica.

La letteratura kabbalistica ashkenazita del XV-XVI secolo sistematizza questa tensione. Isaac Luria (1534-1572), pur operando a Safed in Palestina, elabora una cosmologia mistica — il tikkun olam, la riparazione del mondo — che integra la tradizione ashkenazita con elementi sefarditi e produce una sintesi nuova (Scholem 1941). Safed, non a caso, è il primo insediamento di rilievo di studiosi ebrei in Palestina prima del sionismo moderno: una comunità mistica, non politica, ma già geograficamente significativa.

Il momento in cui questa lettura ashkenazita della terra promessa diventa contagiosa su scala pan-ebraica è il movimento sabbatiano. Sabbatai Zevi (1626-1676), nato a Smirne da famiglia sefardita, si proclama Messia nel 1665 e scatena un’ondata di entusiasmo messianico che attraversa simultaneamente comunità ashkenazite, sefardite e mizrahi in tutto il mondo (Scholem 1973). La sua elaborazione teologica è opera di Nathan di Gaza, formatosi in ambienti misti sefarditi-ashkenaziti. Il movimento sabbatiano è storicamente il primo momento in cui la tensione escatologica ashkenazita — il ritorno imminente, la terra come destinazione necessaria, la fine dell’esilio — mobilita l’ebraismo nel suo insieme, superando le frontiere tra le diverse tradizioni.

Il fallimento del sabbatianesimo — Sabbatai Zevi si converte all’Islam nel 1666 — non cancella il suo effetto strutturale. Lascia nell’ebraismo globale una sedimentazione: la lettura letterale e escatologica della terra promessa, originariamente più propria della tradizione ashkenazita, è ormai diffusa e riconoscibile in tutte le comunità. L’egemonia culturale ashkenazita sull’ebraismo globale non è ancora compiuta, ma il suo terreno è stato preparato.


5. La secolarizzazione politica: il sionismo come progetto egemonico

Theodor Herzl (1860-1904) è un giornalista viennese assimilato, di formazione ashkenazita, che dopo il caso Dreyfus (1894) conclude che l’integrazione degli ebrei nell’Europa moderna è impossibile e che l’unica soluzione è uno Stato proprio (Herzl 1896). La sua operazione intellettuale è precisa: prende la struttura della lettura ashkenazita della diaspora — esilio temporaneo, ritorno necessario, terra come destinazione — e la svuota del contenuto teologico sostituendolo con il linguaggio del nazionalismo europeo ottocentesco. Il Messia scompare; resta la terra. L’escatologia religiosa diventa programma politico.

Herzl era consapevole che la scelta della Palestina non era geograficamente ovvia — discusse seriamente l’Uganda e l’Argentina nel primo Congresso Sionista (Vital 1975). Ma comprese che solo il nome “Palestina”, con il suo peso simbolico nella tradizione ebraica, avrebbe dato al movimento la forza mobilitante necessaria. Stava attingendo, consapevolmente o no, alla sedimentazione escatologica che il sabbatianesimo aveva diffuso un secolo e mezzo prima.

I fondatori del movimento sionista e dello Stato di Israele sono quasi uniformemente ashkenaziti dell’Europa orientale: Herzl è viennese, Weizmann bielorusso, Ben Gurion polacco, Jabotinsky odessita (Vital 1975; Shlaim 2000). La direzione del primo Congresso Sionista (Basilea, 1897) non include rappresentanti sefarditi o mizrahi di rilievo. Il sionismo si presenta come progetto dell’intero popolo ebraico — am Israel — ma la sua leadership, la sua cultura organizzativa, la sua visione dello Stato sono ashkenazite nel senso più specifico: europee, nazionaliste, secolarizzate, con la struttura profonda della lettura escatologica della diaspora tradotta in linguaggio politico moderno.

Questo è il nucleo della tesi egemonicanel senso gramsciano (Gramsci 1975): il sionismo presenta come universale e naturale — come risposta necessaria di tutto il popolo ebraico alla persecuzione — ciò che è particolare e storicamente situato: la risposta di una specifica tradizione diasporica, quella ashkenazita dell’Europa centro-orientale, alla sua specifica esperienza storica. Le tradizioni alternative — la lettura sefardita più allegorica, le posizioni dei bundisti yiddishisti contrari al nazionalismo etnico, l’antisionismo teologico degli ortodossi (Neturei Karta, Satmar) che rifiutano uno Stato fondato dall’uomo prima dell’avvento del Messia — vengono marginalizzate o oscurate (Rabkin 2006).

La subalternità degli ebrei mizrahi e sefarditi dentro lo Stato di Israele è la prova più concreta di questa egemonia. Gli ebrei orientali, emigrati in Israele dopo il 1948 dalle comunità arabe e nordafricane, hanno subito per decenni discriminazioni sistematiche: nei percorsi scolastici, nell’accesso alle posizioni di comando militari e politiche, nella valorizzazione culturale (Shohat 1988; Swirski 1989). Il movimento dei Mizrahim — emerso con forza negli anni ’70 — ha denunciato esplicitamente l’egemonia ashkenazita come forma di colonialismo interno, usando un linguaggio che richiama direttamente Gramsci e Fanon.

Questo elemento è teoricamente cruciale: il sionismo non produce solo la subalternizzazione dei palestinesi — produce anche la subalternizzazione interna delle comunità ebraiche non-ashkenazite. È la conferma che non si tratta di un progetto del “popolo ebraico” in senso unitario, ma di un progetto egemonico di una sua componente specifica.


6. Strumenti interpretativi e limiti della tesi

Tre autori forniscono la cassetta degli attrezzi teorica di questo saggio.

Hannah Arendt (Arendt 1951, 1944) è il riferimento imprescindibile. Ebrea, scampata al nazismo, Arendt è tra i critici più lucidi del nazionalismo sionista pur condividendone il radicamento nell’esperienza della persecuzione. La sua analisi della condizione ebraica come paria — inclusa nella società europea in funzione della sua utilità, strutturalmente vulnerabile per la stessa ragione — illumina il meccanismo che questo saggio chiama “necessità, opportunità, paura” nella gestione veneziana della comunità ebraica. Il suo rifiuto della responsabilità collettiva come categoria politica è la base teorica della distinzione tra comunità ashkenazita, sefardita e mizrahi che questo saggio propone.

Antonio Gramsci (Gramsci 1975) fornisce il concetto di egemonia come strumento per leggere il sionismo non come semplice nazionalismo politico, ma come processo di naturalizzazione di una lettura particolare come universale. Il sionismo non si impone solo con la forza — si impone costruendo un senso comune in cui il ritorno in Palestina appare come risposta ovvia e necessaria di tutto il popolo ebraico, oscurando le alternative. La trasmissione della lettura ashkenazita attraverso il sabbatianesimo è, in termini gramsciani, la costruzione del terreno egemonico su cui il sionismo politico diventerà possibile.

Edward Said (Said 1978, 1979) è il collegamento tra gli strumenti teorici e la questione palestinese. Esplicitamente gramsciano, Said mostra come la rappresentazione dell’Oriente da parte dell’Occidente sia essa stessa una forma di egemonia culturale che precede e legittima il dominio politico. Applicato al sionismo: la rappresentazione della Palestina come “terra senza popolo per un popolo senza terra” — formula che Said analizza con precisione — è un’operazione egemonico-narrativa che rende invisibile la popolazione palestinese esistente, esattamente come la narrazione del sionismo come progetto universale ebraico rende invisibili le tradizioni ebraiche alternative.

Limiti e cautele. Questo saggio è, come dichiara il titolo, una “lettura storica” — non una storia. Presenta una tesi interpretativa che ha basi documentarie solide ma che richiede ulteriori verifiche archivistiche, in particolare:

Queste cautele non invalidano la tesi — la situano correttamente come ipotesi interpretativa che apre un’agenda di ricerca, non come conclusione definitiva.


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