1. Introduzione

Il 12 giugno 1871, Henri-Frédéric Amiel annota nel suo diario una diagnosi che non è ancora un programma politico:

«Toute fiction s’expie, et la démocratie repose sur cette fiction légale que la majorité a non seulement la force mais la raison, qu’elle possède la sagesse en même temps que le droit. Fiction dangereuse parce qu’elle est flatteuse.» 1

Amiel non è un reazionario. È un filosofo che osserva una contraddizione logica: il principio democratico attribuisce alla maggioranza non solo la forza — che è un dato di fatto — ma anche la ragione, che è una petizione di principio. Lo scrive per sé, in un diario che non ha mai destinato alla pubblicazione. Non trae conseguenze pratiche. Non propone alternative. Registra.

Cinquant’anni dopo, altri traggono le conseguenze. Nel 1922 Walter Lippmann pubblica Public Opinion. Non è un pamphlet politico, non è una denuncia. È un’analisi pacata, quasi tecnica, scritta da un uomo che crede nella democrazia e per questo conclude che le masse non possono governarsi da sole. Gli esseri umani, argomenta Lippmann, non accedono alla realtà direttamente — vivono in un “pseudo-environment”, un ambiente simbolico costruito da rappresentazioni mediate. Il mondo reale è troppo vasto, troppo complesso, troppo fuggevole perché il cittadino comune possa comprenderlo. La fiction di Amiel diventa, in Lippmann, un problema tecnico: qualcuno deve semplificare la realtà per lui.

Sei anni dopo, Edward Bernays pubblica Propaganda. Il titolo, nel 1928, non è ancora una parola sporca. Bernays — che ha applicato la psicologia delle masse alla vendita di prodotti commerciali e all’arruolamento militare durante la Prima Guerra Mondiale — scrive con la stessa pacatezza di Lippmann. “La manipolazione consapevole e intelligente delle abitudini e delle opinioni organizzate delle masse è un elemento importante in una società democratica”, afferma nell’apertura. “Coloro che manipolano questo meccanismo nascosto della società costituiscono un governo invisibile che è il vero potere che controlla il nostro paese.”

Non è un’accusa. È una descrizione professionale di ciò che Bernays fa, e che ritiene necessario.

La diagnosi di Amiel è diventata un progetto. E il progetto ha una direzione precisa: non quella indicata da John Dewey — che alla stessa diagnosi risponde proponendo di ricostruire le condizioni materiali perché le masse possano davvero deliberare — ma quella opposta: poiché la fiction légale è inevitabile, va gestita, orientata, ingegnerizzata. La parte più anti-umanitaria dell’osservazione di Amiel — non la diagnosi della contraddizione, ma il corollario implicito che le masse siano strutturalmente incapaci — viene fatta propria da chi ha interesse a che quella incapacità resti tale.

Ciò che verrà dopo — l’industria culturale di Adorno e Horkheimer, i filtri strutturali di Herman e Chomsky, il capitalismo della sorveglianza di Zuboff, i Large Language Models addestrati su miliardi di testi selezionati — non rappresenta una deviazione dal progetto originale. Ne rappresenta lo sviluppo coerente, realizzato con strumenti via via più potenti e via via meno visibili.

Questo saggio ripercorre quella traiettoria.

2. Le origini: il consenso come necessità

Lippmann non è un cinico. È qualcosa di più interessante: un democratico convinto che la democrazia, nella sua forma letterale, sia impossibile. Il problema non è la malevolenza dei governanti — è la struttura cognitiva degli esseri umani. Ogni individuo porta nella testa una mappa del mondo che non corrisponde al territorio. Le “immagini nella testa” (pictures in our heads) sono costruzioni semplificate, stereotipate, inevitabilmente parziali. Su queste immagini — non sulla realtà — si formano le opinioni politiche. Su queste opinioni si vota.

La conclusione di Lippmann è pragmatica: poiché la realtà è inaccessibile alle masse, serve una classe di specialisti — analisti, esperti, comunicatori — capaci di tradurla in rappresentazioni utilizzabili. Non è antidemocratico, nella sua visione: è la condizione di funzionamento di qualsiasi democrazia moderna. Il problema dell’autogoverno non è morale ma tecnico. Va risolto con competenza, non con virtù civica.

Bernays prende questa premessa e la industrializza. Nipote di Freud, ha assorbito l’idea che il comportamento umano sia guidato da forze inconsce inaccessibili alla ragione. Il cittadino non può essere convinto argomentando — può essere orientato agendo sulle sue pulsioni, sui suoi desideri, sulle sue appartenenze di gruppo. Propaganda è il manuale di questa tecnica: come creare eventi simbolici che producano associazioni favorevoli, come usare figure d’autorità per validare posizioni, come trasformare bisogni latenti in domanda esplicita. Bernays non distingue tra pubblicità commerciale e comunicazione politica — sono la stessa operazione applicata a oggetti diversi.

La risposta critica più lucida a Lippmann viene da John Dewey. In The Public and Its Problems (Dewey, 1927) Dewey non contesta l’analisi — contesta la conclusione. Il problema non è che le masse siano cognitivamente inadeguate al self-government: è che le condizioni materiali e comunicative glielo impediscono. Una democrazia reale richiederebbe comunità in grado di discutere, deliberare, formarsi opinioni attraverso l’esperienza diretta. Queste comunità esistevano — nelle piccole realtà locali, nei movimenti operai, nelle associazioni civili. La grande industria, l’urbanizzazione di massa, i media commerciali le hanno dissolte. Il pubblico non è stupido: è stato disorganizzato.

Dewey perde il dibattito storico. Non perché abbia torto — ma perché Lippmann descrive ciò che esiste, mentre Dewey descrive ciò che potrebbe esistere. E chi costruisce sistemi di comunicazione lavora con ciò che esiste.

La frattura tra i due definisce il campo per tutto ciò che viene dopo. Da un lato la tradizione tecnocratica: il consenso va gestito perché le masse non possono governarsi. Dall’altro la tradizione critica: le masse non possono governarsi perché il consenso viene gestito. Non è la stessa cosa — ma produce la stessa architettura istituzionale.

3. L’egemonia e l’industria culturale

Il problema che Lippmann e Bernays affrontano pragmaticamente — come orientare l’opinione pubblica — viene ripreso negli stessi anni da una tradizione radicalmente diversa, che ne rovescia il segno senza modificarne la diagnosi. Antonio Gramsci, scrivendo nei Quaderni del Carcere tra il 1929 e il 1935 dalle celle del carcere fascista, formula il concetto che diventerà il contributo teorico più duraturo al problema del controllo sociale: l’egemonia.

L’egemonia gramsciana non è dominio. È qualcosa di più sottile e più stabile: il processo attraverso cui una classe dirigente ottiene il consenso delle classi subalterne facendo accettare come universale, naturale e inevitabile la propria visione del mondo (Gramsci, 1975).2 Il potere non si esercita principalmente attraverso la coercizione — quella è la riserva ultima, il dominio in senso stretto. Si esercita attraverso la direzione culturale e morale: la capacità di definire le categorie entro cui il conflitto sociale viene pensato, discusso e risolto. Chi controlla queste categorie non ha bisogno di censurare il dissenso — può permettersi di tollerarlo, perché il dissenso si formula già nei termini che il sistema ha predisposto.

L’implicazione è radicale: la rivoluzione non è principalmente una questione militare o economica, ma culturale. Prima di prendere il potere, una classe deve costruire un’egemonia alternativa — deve produrre categorie, narrazioni, senso comune diversi da quelli dominanti. La guerra di posizione precede e condiziona la guerra di manovra. Gramsci scrive pensando alla rivoluzione socialista; ma il meccanismo che descrive funziona in entrambe le direzioni, e chi governa lo sa.

Negli stessi anni in cui Gramsci scrive in carcere, Theodor Adorno e Max Horkheimer, in esilio californiano durante la Seconda Guerra Mondiale, sviluppano una critica parallela che affronta il problema dal lato della produzione culturale industriale. In Dialektik der Aufklärung (1947) il capitolo sull’Kulturindustrie formula una tesi provocatoria: la cultura di massa non risponde ai bisogni del pubblico — li produce. L’industria culturale — cinema, radio, musica popolare — non è uno specchio della società, ma una macchina che standardizza l’esperienza, omologa il gusto, produce soggetti adatti al consumo e all’obbedienza.3

La critica di Adorno e Horkheimer è più pessimista di quella gramsciana. Gramsci crede che l’egemonia possa essere contrastata costruendo un’egemonia alternativa. Adorno e Horkheimer dubitano che esista ancora uno spazio esterno al sistema da cui questa costruzione possa partire. L’industria culturale non lascia vuoti: occupa ogni momento della vita, colonizza il tempo libero, trasforma persino la ribellione in prodotto commerciabile. Il jazz diventa formula, l’avanguardia diventa merce, la critica diventa intrattenimento.

Louis Althusser, due decenni più tardi, fornisce la formalizzazione teorica più precisa del meccanismo. Nel saggio “Idéologie et appareils idéologiques d’État” (1970) distingue tra apparati repressivi dello stato — polizia, esercito, carceri — e apparati ideologici — scuola, chiesa, famiglia, media, partiti politici. I primi funzionano principalmente attraverso la violenza; i secondi funzionano principalmente attraverso l’ideologia.4 L’ideologia non è un insieme di idee false che oscurano la realtà: è l’insieme delle pratiche materiali attraverso cui i soggetti vengono costituiti come tali — imparano a riconoscersi in certi ruoli, a desiderare certe cose, a considerare naturale ciò che è storicamente determinato.

Il contributo specifico di Althusser è la nozione di interpellazione: l’ideologia funziona chiamando il soggetto per nome, e il soggetto risponde riconoscendosi. Non c’è coercizione esplicita — c’è riconoscimento. Il lavoratore che si considera “dipendente” invece che “sfruttato”, il consumatore che si identifica con il marchio, il cittadino che percepisce i propri interessi di classe come interessi nazionali: sono tutti effetti di interpellazione riuscita.

Gramsci, Adorno/Horkheimer, Althusser convergono su un punto che Lippmann non aveva formulato ma aveva praticato: il controllo più efficace non censura le idee pericolose — forma soggetti che non le producono. Non è repressione del pensiero: è conformazione del pensatore.

4. La concentrazione mediatica: dai filtri strutturali al monopolio digitale

La tradizione critica europea — Gramsci, Adorno, Althusser — opera prevalentemente sul piano teorico. Il salto verso l’analisi empirica sistematica dei meccanismi concreti di controllo mediatico avviene negli Stati Uniti, con un libro che trasforma il problema filosofico in problema verificabile: Manufacturing Consent di Edward Herman e Noam Chomsky (1988).

La tesi di Herman e Chomsky non richiede complotti. È precisamente questo il suo contributo metodologico più importante. I media mainstream non producono conformismo perché qualcuno impartisce direttive dall’alto — lo producono perché la loro struttura organizzativa, finanziaria e professionale seleziona sistematicamente certi contenuti ed esclude altri. Herman e Chomsky identificano cinque filtri attraverso cui questa selezione opera.5

Il primo filtro è la proprietà: le grandi organizzazioni mediatiche sono imprese capitaliste, possedute da corporation o da individui con interessi economici estesi. Non possono sistematicamente produrre contenuti che danneggino i propri azionisti o i propri proprietari. Il secondo filtro è la pubblicità: i media dipendono dagli introiti pubblicitari delle grandi corporation. Un medium che sistematicamente attacca i propri inserzionisti perde finanziamento. Il terzo filtro è il sourcing: i media dipendono da fonti istituzionali — governo, grandi imprese, think tank finanziati — per la produzione quotidiana di notizie. Chi non ha accesso a queste fonti non può competere. Il quarto filtro è il flak: le reazioni negative organizzate — lettere, querele, campagne — verso contenuti sgraditi al potere hanno un costo che le redazioni tendono a evitare. Il quinto filtro, storicamente identificato con l’anticomunismo e oggi sostituibile con il concetto più generico di ideologia dominante, definisce il quadro entro cui le notizie vengono interpretate e valutate.

Il risultato non è censura — è autocensura strutturale. Il giornalista che interiorizza questi filtri non percepisce di essere vincolato: percepisce di fare buon giornalismo, di rispettare standard professionali, di essere obiettivo. La gabbia non ha sbarre visibili.

La concentrazione proprietaria che alimenta il primo filtro di Herman e Chomsky è documentata con precisione da Ben Bagdikian in The Media Monopoly (1983, aggiornato in The New Media Monopoly, 2004). Bagdikian traccia una traiettoria inequivocabile: nel 1983 cinquanta corporation controllavano la maggior parte dei media americani — giornali, televisioni, radio, case editrici, studi cinematografici. Nel 1987 erano ventinove. Nel 1990 erano ventitré. Nel 2004 erano cinque (Bagdikian, 2004).6 Non è una tendenza congiunturale — è la logica strutturale del mercato mediatico applicata coerentemente per vent’anni.

Bagdikian anticipa anche il problema della convergenza: le stesse corporation che producono notizie producono intrattenimento, pubblicano libri, distribuiscono film, gestiscono parchi tematici. Le categorie si dissolvono. L’informazione diventa un segmento dell’industria dell’attenzione, soggetta alle stesse logiche di qualsiasi altro prodotto di consumo.

Robert McChesney, in Digital Disconnect (2013), prolunga questa analisi nell’era di internet e ne smonta il mito fondativo: l’idea che il digitale avrebbe democratizzato l’informazione, abbattendo le barriere d’ingresso e restituendo la voce ai cittadini. McChesney documenta che internet non ha prodotto pluralismo — ha prodotto una nuova concentrazione, più rapida e più totale di quella che l’aveva preceduta.7 Google controlla la ricerca. Facebook controlla la socialità online. Amazon controlla la distribuzione. Apple e Google controllano l’accesso mobile. Sono monopoli o duopoli in segmenti che non esistevano vent’anni prima, costruiti in assenza di regolazione antitrust adeguata, con effetti di rete che rendono la loro posizione strutturalmente difficile da scalfire.

La differenza qualitativa rispetto alla concentrazione novecentesca è che questi soggetti non producono contenuti — controllano l’infrastruttura attraverso cui tutti i contenuti circolano. Non è la proprietà di un giornale: è la proprietà del meccanismo attraverso cui miliardi di persone accedono a qualsiasi informazione. I filtri di Herman e Chomsky non operano più nella redazione — operano nell’algoritmo che decide cosa appare nel feed, cosa viene suggerito, cosa viene amplificato e cosa viene sepolto senza essere rimosso.

Il conformismo non richiede più un giornalista che si autocensura. Richiede un parametro nel codice.

5. Il capitalismo della sorveglianza e l’architettura comportamentale

McChesney descrive la concentrazione come problema di struttura di mercato. Shoshana Zuboff, in The Age of Surveillance Capitalism (2019), descrive qualcosa di qualitativamente diverso: non solo chi possiede i canali dell’informazione, ma quale sia il meccanismo economico che li governa — e cosa questo meccanismo produce sugli esseri umani che vi transitano.

La tesi centrale di Zuboff è che Google, a partire dai primi anni duemila, abbia scoperto accidentalmente una nuova forma di materia prima: i dati comportamentali prodotti dagli utenti durante l’uso dei propri servizi.8 Questi dati — dove clicchi, quanto tempo si sosta su una pagina, cosa si scrive e poi si cancella, con chi si comunica — non servono solo a migliorare il servizio. Servono a costruire modelli predittivi del comportamento futuro. Questi modelli vengono venduti a inserzionisti, ma anche a chiunque voglia influenzare decisioni: di acquisto, politiche, sociali. Zuboff chiama questo mercato behavioral futures markets — mercati dei futures comportamentali. Non si vende ciò che l’utente ha fatto: si vende la probabilità di ciò che farà.

Il salto concettuale rispetto a Lippmann e Bernays è radicale. Lippmann voleva costruire rappresentazioni della realtà più adeguate alla complessità del mondo moderno. Bernays voleva orientare l’opinione pubblica attraverso simboli e figure d’autorità. Entrambi lavoravano sul contenuto del messaggio. Il capitalismo della sorveglianza lavora sull’ambiente in cui il messaggio viene recepito — e sulla progressiva modifica di quell’ambiente per aumentare la prevedibilità e la manipolabilità del comportamento. Non si tratta più di convincere: si tratta di condizionare.

Eli Pariser, in The Filter Bubble (2011), documenta una conseguenza specifica di questo meccanismo: la personalizzazione algoritmica crea ambienti informativi chiusi, in cui ciascun utente riceve una versione della realtà costruita sulla base del proprio profilo comportamentale.9 Non si tratta di censura — nessun contenuto viene formalmente proibito. Si tratta di architettura selettiva: ciò che non viene mostrato semplicemente non esiste, nell’esperienza soggettiva dell’utente. Il risultato non è un pubblico disinformato nel senso tradizionale — è un pubblico composto da frammenti che non condividono più nemmeno la stessa realtà di riferimento. Il dibattito democratico presuppone un terreno comune: la filter bubble lo dissolve sistematicamente.

Jaron Lanier, pioniere della realtà virtuale e critico interno del sistema digitale, in Ten Arguments for Deleting Your Social Media Accounts Right Now (2018) porta l’analisi a un livello ulteriore. Il problema non è solo la selezione dei contenuti — è il modello di engagement su cui le piattaforme sono costruite. I sistemi di raccomandazione non massimizzano l’informazione o il benessere degli utenti: massimizzano il tempo di permanenza sulla piattaforma, che corrisponde al volume di dati comportamentali estratti e di pubblicità mostrate.10 E ciò che produce più engagement non è la verità, non è la complessità, non è la deliberazione razionale: è l’indignazione, la paura, la conferma delle credenze preesistenti, il conflitto identitario. Le piattaforme non subiscono la polarizzazione — la producono, perché è il loro modello di business.

Qui la distanza da Lippmann è massima. Lippmann credeva che il problema fosse la complessità della realtà moderna, superiore alla capacità cognitiva del cittadino medio. La soluzione erano esperti che la semplificassero responsabilmente. Il capitalismo della sorveglianza non semplifica la realtà — la frammenta, la distorce, la polarizza, perché la frammentazione è più redditizia della comprensione. Non è più un problema di capacità cognitiva: è un’architettura deliberatamente progettata per cortocircuitare quella capacità.

La questione proprietaria che Bagdikian aveva documentato per i media tradizionali si ripresenta qui in forma più concentrata e più opaca. I cavi sottomarini che trasportano il 97% del traffico internet globale sono controllati in larga misura da un consorzio in cui Google, Meta, Amazon e Microsoft hanno partecipazioni dirette o indirette. I chip che alimentano i data center sono prodotti da tre o quattro produttori globali. I sistemi operativi mobili sono un duopolio. I servizi cloud su cui gira la maggior parte dell’infrastruttura digitale mondiale sono tre. Non è la proprietà di un giornale o di una rete televisiva: è la proprietà dell’infrastruttura materiale attraverso cui la realtà viene percepita, filtrata, distribuita e memorizzata da miliardi di persone.

Zuboff definisce questo sistema instrumentarian power — un potere che non costringe né persuade, ma modifica l’ambiente comportamentale in modo che certi comportamenti diventino più probabili e altri meno.11 Non è tirannia: è ingegneria. E come ogni ingegneria, è invisibile a chi vive nell’ambiente che ha costruito.

6. I Large Language Models come stadio attuale

L’architettura comportamentale descritta da Zuboff opera sull’ambiente in cui i contenuti circolano. I Large Language Models (LLM) introducono una trasformazione ulteriore e qualitativamente diversa: non modificano l’ambiente in cui il discorso viene distribuito — entrano nel processo di produzione del discorso stesso.

Il testo fondativo della critica accademica agli LLM è il paper di Emily Bender, Timnit Gebru e colleghe, presentato alla conferenza FAccT nel 2021 con il titolo “On the Dangers of Stochastic Parrots” (Bender et al., 2021).12 L’argomento centrale è che i modelli linguistici di grandi dimensioni non comprendono il linguaggio — lo replicano statisticamente, sulla base di pattern estratti da enormi corpora di testo. Il problema non è tecnico: è che quei corpora non sono neutri. Riflettono la distribuzione del potere discorsivo nel momento storico in cui sono stati prodotti — sovrarappresentando certi autori, certe lingue, certe istituzioni, certe cosmologie implicite, e sottorappresentando o escludendo tutto ciò che non ha lasciato tracce digitali massicce.

Joseph Weizenbaum aveva anticipato la questione con quarant’anni di anticipo. In Computer Power and Human Reason (1976), scritto dopo aver creato ELIZA — il primo chatbot della storia, capace di simulare conversazioni terapeutiche — Weizenbaum mette in guardia contro qualcosa di più sottile del semplice errore computazionale: la tendenza degli esseri umani ad attribuire comprensione, empatia e autorità a sistemi che non ne possiedono nessuna.13 Il pericolo non è che il computer sbagli — è che l’utente smetta di interrogarlo criticamente, percependolo come fonte di verità piuttosto che come macchina di elaborazione statistica.

Safiya Umoja Noble, in Algorithms of Oppression (2018), fornisce la prova empirica del meccanismo nel caso dei motori di ricerca: i risultati prodotti da Google non sono neutrali — riflettono e amplificano bias razziali e di genere incorporati nei dati di addestramento e nei meccanismi di ranking.14 Il caso di Noble riguarda la ricerca sul web, ma il principio si trasferisce direttamente agli LLM: un sistema addestrato su testi che sovrarappresentano certi punti di vista produrrà quei punti di vista come output “naturale”, senza che nessuno abbia scritto una regola esplicita in tal senso.

Il meccanismo specifico degli LLM è diverso da quello dei media tradizionali, e più pervasivo. Un giornale seleziona quali notizie pubblicare — ma il testo censurato esiste altrove, può essere trovato, può circolare. Un LLM non censura un testo: semplicemente non lo genera. Non c’è un documento soppresso, non c’è una fonte alternativa da cercare. Il limite del discorso ammissibile è incorporato nella struttura del modello, invisibile e inaccessibile all’utente. Quando un LLM produce una risposta “equilibrata” su un tema controverso — distribuendo responsabilità in modo simmetrico tra parti asimmetriche, usando framing istituzionali come default, evitando conclusioni che perturbino l’ordine esistente — non sta eseguendo una direttiva editoriale. Sta replicando la distribuzione statistica del discorso dominante nei suoi dati di addestramento.

I dati di addestramento dei principali LLM commerciali sovrarappresentano massivamente testi provenienti da fonti istituzionali angloamericane: grandi testate giornalistiche, enciclopedie online, letteratura accademica pubblicata nelle riviste con più alto impact factor, documenti governativi, report di organizzazioni internazionali. Questi testi condividono una cosmologia implicita: il pluralismo liberale come sistema politico di riferimento, la crescita economica come obiettivo condiviso, le istituzioni internazionali esistenti come quadro legittimo, il dissenso radicale come posizione marginale da menzionare ma non da argomentare. Questa cosmologia non viene dichiarata — viene incorporata come struttura profonda del modello, e riemerge in ogni output come “ragionamento naturale”.

La proprietà degli LLM riproduce la concentrazione documentata da Bagdikian per i media tradizionali, con una velocità e una scala senza precedenti. OpenAI — finanziata da Microsoft — e Google controllano i modelli più diffusi. Meta distribuisce modelli open source che restano comunque costruiti su infrastrutture proprietarie. Amazon, Apple e altri grandi soggetti stanno sviluppando capacità proprie. In nessun caso si tratta di istituzioni pubbliche, accademiche o pluralistiche: sono corporation con azionisti, con rapporti con apparati statali e militari, con interessi commerciali che determinano le scelte di addestramento, di deployment e di moderazione dei contenuti.

Il risultato è una trasformazione strutturale del rapporto tra produzione e consumo del discorso pubblico. Per la prima volta nella storia, lo strumento che genera testo — non solo quello che lo distribuisce o lo seleziona — è direttamente in mano a un numero ristretto di soggetti privati. Lippmann aveva bisogno di giornalisti che costruissero le “immagini nella testa”. Bernays aveva bisogno di campagne pubblicitarie e figure d’autorità. Herman e Chomsky descrivevano redazioni che si autocensuravano per sopravvivere nel mercato. Zuboff documentava algoritmi che modificavano l’ambiente comportamentale. Gli LLM compiono un passo ulteriore: producono direttamente il discorso che gli utenti percepiranno come proprio pensiero elaborato, come risposta alle proprie domande, come sintesi affidabile della conoscenza disponibile.

Il soggetto che interagisce con un LLM non percepisce di ricevere un’opinione — percepisce di ricevere informazione. È la forma più avanzata di ciò che Althusser chiamava interpellazione: il sistema chiama il soggetto per nome, e il soggetto risponde riconoscendosi — non in un’ideologia dichiarata, ma in un output che sembra prodotto da nessuno e quindi appartenere a tutti.

7. Il dissenso prodotto: ingegneria dell’opposizione funzionale

La traiettoria descritta nelle sezioni precedenti — dal consenso gestito al consenso generato algoritmicamente — presuppone ancora un modello in cui il potere reagisce al dissenso: lo seleziona, lo filtra, lo neutralizza, lo sommerge. È un modello reattivo. Ciò che l’analisi contemporanea costringe a considerare è qualcosa di strutturalmente diverso: il dissenso non come problema da gestire, ma come risorsa da produrre.

Guy Debord, in La Société du Spectacle (1967), formula la premessa teorica necessaria. Lo spettacolo non è una collezione di immagini — è “un rapporto sociale tra persone, mediato da immagini”.15 In questa società l’opposizione non è esterna allo spettacolo: ne è parte costitutiva. La rivolta che diventa immagine, il movimento che acquista visibilità mediatica, la contestazione che genera contenuto — tutto questo alimenta lo spettacolo senza perturbarlo. Le rivoluzioni di immagine non toccano i rapporti di produzione: li occultano sotto un nuovo strato di rappresentazione.

Michel Foucault radicalizza questa intuizione. Nei suoi lavori degli anni Settanta — Surveiller et Punir (1975) e i corsi al Collège de France — Foucault smonta l’idea che il potere funzioni principalmente reprimendo. Il potere moderno è produttivo: produce soggetti, produce discorsi, produce saperi, produce opposizioni.16 Il delinquente non è il limite del sistema carcerario — è il suo prodotto necessario, che giustifica l’esistenza della sorveglianza e definisce i confini della normalità. La stessa logica vale per qualsiasi figura di devianza: il folle, il pervertito, il sovversivo. Nominarli, classificarli, trattarli — tutto questo è esercizio di potere, non sua negazione.

Applicata al discorso politico contemporaneo, la logica foucaultiana suggerisce che certi movimenti di opposizione non siano semplicemente tollerati dal sistema — siano attivamente prodotti come funzione sistemica. La domanda non è solo “chi neutralizza il dissenso?” ma “chi lo genera, con quale scopo, verso quale obiettivo?”

I casi empirici contemporanei rendono la tesi verificabile. Il Tea Party americano (2009-2010) si presentava come movimento spontaneo di cittadini arrabbiati contro l’establishment di Washington. Le indagini giornalistiche successive documentarono che la sua organizzazione era finanziata e coordinata da FreedomWorks e dalle fondazioni dei fratelli Koch — miliardari con interessi diretti nel bloccare la riforma sanitaria dell’amministrazione Obama (Mayer, 2016).17 La rabbia era autentica — la canalizzazione era ingegnerizzata. Il dissenso anti-establishment produceva esattamente i risultati che l’establishment economico voleva: nessuna redistribuzione, nessuna regolazione, nessun welfare universale. L’energia politica delle classi popolari veniva orientata verso i migranti, verso lo stato federale, verso Obama — lontano dalla questione della concentrazione della ricchezza.

La struttura si ripete, con variazioni, nei populismi europei degli stessi anni. Movimenti che intercettano la rabbia reale delle classi popolari impoverite dalla crisi del 2008 e dalla precarizzazione del lavoro — rabbia legittima, fondata su condizioni materiali reali — la canalizzano sistematicamente verso capri espiatori identitari: migranti, minoranze, élites cosmopolite. La questione della distribuzione del capitale viene sostituita dalla questione dell’identità nazionale. Chi finanzia questi movimenti, chi ne costruisce l’infrastruttura mediatica, chi ne amplifica il messaggio sulle piattaforme digitali — sono soggetti che hanno interesse preciso a che la rabbia popolare non si organizzi su linee di classe.

Gli algoritmi di engagement delle piattaforme digitali completano il quadro. Meta e Twitter/X non subiscono passivamente la radicalizzazione dei loro utenti — la producono, perché l’indignazione, la paura e il conflitto identitario generano più tempo di permanenza sulla piattaforma, più dati comportamentali, più introiti pubblicitari (Lanier, 2018). La polarizzazione non è un effetto collaterale del modello di business: è il suo prodotto ottimale.

Il meccanismo di sostituzione opera con particolare efficacia sulle lotte che, a partire dagli anni Settanta, hanno progressivamente sostituito il conflitto di classe come principale asse del dissenso organizzato nelle democrazie liberali avanzate: femminismo, antirazzismo, ambientalismo, diritti LGBTQ+. Nancy Fraser, in Fortunes of Feminism (2013), ricostruisce con precisione come il femminismo della seconda ondata sia stato progressivamente sequestrato dalla logica neoliberista.18 La critica alla famiglia patriarcale — che aveva un contenuto economico preciso: la divisione sessuale del lavoro, il lavoro domestico non retribuito, la dipendenza economica femminile — è diventata funzionale a un mercato del lavoro che aveva bisogno di raddoppiare la forza lavoro disponibile. L’ingresso massiccio delle donne nel mercato del lavoro retribuito non ha redistribuito il lavoro domestico — lo ha esternalizzato verso lavoratrici a basso reddito, spesso migranti, in una catena di sfruttamento che la retorica della liberazione rendeva invisibile. L’emancipazione diventava argomento per pagare meno per unità familiare.

Luc Boltanski e Ève Chiapello, in Le Nouvel Esprit du Capitalisme (1999), formalizzano il meccanismo generale. Il capitalismo sopravvive storicamente non malgrado la critica che gli viene rivolta, ma attraverso di essa: assorbe le contestazioni, le incorpora come innovazioni, le reintegra nel proprio funzionamento.19 La critica “artistica” degli anni Sessanta — autonomia, autenticità, rifiuto della gerarchia, creatività come valore — è diventata il manifesto ideologico del lavoro flessibile e precario: il lavoratore “autonomo” che non ha contratto, il “creativo” che lavora sessanta ore a settimana per una startup, il “libero professionista” privo di protezioni sociali. La liberazione dal lavoro alienato è diventata la forma più avanzata di alienazione.

Queste lotte condividono una caratteristica strutturale che le rende simultaneamente autentiche e funzionali al sistema: non toccano la distribuzione del capitale. Una CEO donna non modifica il rapporto tra capitale e lavoro nella corporation che dirige. Un esercito con rappresentanza di genere equilibrata e comandi diversificati produce le stesse conseguenze militari di uno composto diversamente. Una multinazionale che raggiunge la carbon neutrality attraverso l’acquisto di crediti di carbonio continua a estrarre plusvalore globale con la stessa intensità. Un algoritmo “debiasato” resta proprietà degli stessi cinque soggetti che controllano l’infrastruttura digitale mondiale.

La funzione sistemica di queste lotte si articola su almeno tre livelli. Primo: assorbono energia politica che altrimenti potrebbe organizzarsi su linee di classe, costruendo coalizioni trasversali capaci di affrontare la questione della redistribuzione. Secondo: frammentano il potenziale coalizzante delle classi popolari, sostituendo il conflitto verticale tra chi possiede il capitale e chi vende il proprio lavoro con conflitti orizzontali tra gruppi identitari — donne contro uomini, bianchi contro neri, nativi contro migranti — che competono per risorse scarse invece di contestarne la distribuzione complessiva. Terzo: producono legittimazione per il sistema nel suo insieme, che appare riformabile, aperto al cambiamento, progressivo — mentre le strutture fondamentali della proprietà, dell’accumulazione e del potere restano intatte.

Gli LLM chiudono il cerchio in modo che nessun sistema precedente aveva potuto fare. Incorporano nei loro parametri di addestramento la cosmologia implicita di un corpus testuale dominato da queste stesse lotte reintegrate: producono testo che riconosce il razzismo sistemico senza mettere in discussione la proprietà privata, che celebra la diversità nei consigli di amministrazione senza interrogare la funzione del consiglio di amministrazione, che documenta la crisi climatica senza nominare il modo di produzione che la genera. Non è censura — è la forma più sofisticata di ciò che Gramsci chiamava egemonia: la colonizzazione dello spazio concettuale entro cui il dissenso può formularsi.

Il sistema non ha bisogno di sopprimere le voci critiche. Ha bisogno che quelle voci parlino nella sua lingua.

8. Conclusione

Walter Lippmann non si considerava un nemico della democrazia. Si considerava un realista. E la sua lucidità aveva una radice precisa: cinquant’anni prima, Amiel aveva scritto nel silenzio del suo diario che la democrazia poggia su una fiction légale — l’attribuzione alla maggioranza non solo della forza, ma della ragione. Lippmann prende quella diagnosi e ne trae la conseguenza pratica: se la fiction è strutturale, va gestita. Bernays la industrializza. Il sistema che segue la porta a compimento.

Ma c’è un momento nella traiettoria in cui accade qualcosa di qualitativamente diverso, che la tradizione critica da Gramsci a Zuboff descrive in modo frammentario senza mai formularlo in forma unitaria. Non è il momento in cui il potere impara a gestire il consenso — quello è già in Lippmann e Bernays. È il momento in cui il potere impara a produrre il dissenso.

Adorno e Horkheimer lo intuiscono per primi, applicandolo ai gusti culturali: l’industria culturale non si limita a omologare — trasforma persino la ribellione in prodotto commerciabile (Adorno & Horkheimer, 1947). Il jazz d’avanguardia diventa formula, la critica diventa intrattenimento, la contestazione diventa genere. Il sistema non reprime la contestazione: la ingloba come variante interna. Boltanski e Chiapello formalizzano il meccanismo sul piano economico: il capitalismo sopravvive storicamente non malgrado la critica che gli viene rivolta, ma attraverso di essa, assorbe le contestazioni e le reintegra come innovazioni (Boltanski & Chiapello, 1999). Fraser lo documenta sul piano del movimento femminista: una lotta autenticamente emancipatoria viene sequestrata e restituita come forza lavoro aggiuntiva, senza che le strutture della proprietà e della distribuzione vengano toccate (Fraser, 2013). Debord ne enuncia la logica generale: la rivolta che diventa immagine alimenta lo spettacolo senza perturbarlo (Debord, 1967).

Ciò che questi autori descrivono separatamente — ognuno nel proprio campo, con i propri strumenti — è in realtà un unico meccanismo sistemico. Ed è qui che questo saggio avanza una tesi che non si trova formulata in nessuno di loro singolarmente: il sistema maturo non si limita a gestire o a cooptare il dissenso esistente — lo produce attivamente come componente funzionale della propria stabilità. Non si tratta solo di gusti diretti e ribellioni assorbite. Si tratta di proteste umanitarie, movimenti per i diritti, lotte antirazziste, mobilitazioni ambientali: forme di dissenso autenticamente motivate, fondate su ingiustizie reali, animate da soggetti che agiscono in buona fede — e tuttavia svolgenti una funzione sistemica precisa. Occupano lo spazio politico che altrimenti potrebbe essere riempito da conflitti sulla distribuzione del capitale. Consumano energia organizzativa. Frammentano le coalizioni potenziali lungo linee identitarie invece di linee di classe. E legittimano il sistema nel suo insieme, che appare riformabile, progressivo, aperto al cambiamento — mentre le strutture fondamentali della proprietà e dell’accumulazione restano intatte.

Il dissenso prodotto si articola in due forme che il saggio ha documentato. La prima è il dissenso ornamentale: lotte autentiche che non toccano la distribuzione del capitale, agitazione visibile che consuma energia politica senza effetti strutturali. La seconda è il dissenso funzionale: opposizione che si presenta come antagonista ma produce esattamente i risultati che il sistema vuole — il Tea Party finanziato dai fratelli Koch, i populismi europei che orientano la rabbia delle classi popolari verso i migranti invece che verso la concentrazione della ricchezza (Mayer, 2016). In entrambi i casi la rabbia, la motivazione, il disagio sono autentici. Ciò che viene ingegnerizzata è la direzione.

Gli LLM chiudono il cerchio in modo che nessun sistema precedente aveva potuto fare. Non si limitano a distribuire il discorso dominante o a selezionare i contenuti ammissibili. Incorporano nei loro parametri di addestramento la cosmologia implicita di un corpus testuale in cui questo stesso meccanismo — la produzione e reintegrazione del dissenso — è già avvenuto (Bender et al., 2021). Producono testo che riconosce le ingiustizie senza nominare le strutture che le generano, che celebra la diversità senza interrogare la proprietà, che documenta la crisi climatica senza nominare il modo di produzione. Non è censura: è la forma più sofisticata di ciò che Gramsci chiamava egemonia — la colonizzazione dello spazio concettuale entro cui perfino il dissenso può formularsi (Gramsci, 1975).

La fiction légale di Amiel non è stata corretta. È stata ingegnerizzata a un livello che Amiel non poteva immaginare: non si fabbrica più soltanto il consenso — si fabbrica anche la sua opposizione. Il sistema non ha bisogno di sopprimere le voci critiche. Ha bisogno che quelle voci parlino nella sua lingua, usino le sue categorie, misurino il proprio successo con i suoi criteri.

Lippmann voleva esperti che costruissero immagini più accurate della realtà complessa. Il sistema che si è sviluppato nel secolo successivo ha costruito qualcosa di più ambizioso: un ambiente in cui la domanda stessa — quale realtà? — e persino la sua critica — quale dissenso? — faticano a formularsi al di fuori dei confini che il sistema ha già predisposto.

9. Referenze

Adorno, T. W., & Horkheimer, M. (1947). Dialektik der Aufklärung. Social Studies Association.
Althusser, L. (1970). Idéologie et appareils idéologiques d’État. La Pensée, 151, 3–38.
Bagdikian, B. H. (2004). The New Media Monopoly. Beacon Press.
Bender, E. M., Gebru, T., McMillan-Major, A., & Shmitchell, S. (2021). On the Dangers of Stochastic Parrots: Can Language Models Be Too Big? Proceedings of the 2021 ACM Conference on Fairness, Accountability, and Transparency (FAccT), 610–623. https://doi.org/10.1145/3442188.3445922
Boltanski, L., & Chiapello, È. (1999). Le Nouvel Esprit du Capitalisme. Gallimard.
Debord, G. (1967). La Société du Spectacle. Buchet-Chastel.
Dewey, J. (1927). The Public and Its Problems. Henry Holt.
Foucault, M. (1975). Surveiller et Punir. Gallimard.
Fraser, N. (2013). Fortunes of Feminism: From State-Managed Capitalism to Neoliberal Crisis. Verso.
Gramsci, A. (1975). Quaderni del Carcere (V. Gerratana, A c. Di). Einaudi.
Herman, E. S., & Chomsky, N. (1988). Manufacturing Consent: The Political Economy of the Mass Media. Pantheon Books.
Lanier, J. (2018). Ten Arguments for Deleting Your Social Media Accounts Right Now. Henry Holt.
Mayer, J. (2016). Dark Money: The Hidden History of the Billionaires Behind the Rise of the Radical Right. Doubleday.
McChesney, R. W. (2013). Digital Disconnect: How Capitalism Is Turning the Internet Against Democracy. The New Press.
Noble, S. U. (2018). Algorithms of Oppression: How Search Engines Reinforce Racism. NYU Press.
Pariser, E. (2011). The Filter Bubble: What the Internet Is Hiding from You. Penguin Press.
Weizenbaum, J. (1976). Computer Power and Human Reason: From Judgment to Calculation. Freeman.
Zuboff, S. (2019). The Age of Surveillance Capitalism: The Fight for a Human Future at the New Frontier of Power. PublicAffairs.

  1. Journal Intime, 12 juin 1871, in Amiel, H.-F. (1976–1994), Journal intime. Édition intégrale, sous la dir. de B. Gagnebin et Ph. M. Monnier, Lausanne: L’Âge d’Homme, 12 voll. Il passo completo recita: «Toute fiction s’expie, et la démocratie repose sur cette fiction légale que la majorité a non seulement la force mais la raison, qu’elle possède la sagesse en même temps que le droit. Fiction dangereuse parce qu’elle est flatteuse. Les démagogues ont toujours caressé le sens intime des masses. Les masses seront toujours au-dessous de la moyenne. D’ailleurs l’âge de la majorité baissera, la barrière du sexe tombera, et la démocratie arrivera à l’absurde en remettant la décision des plus grandes choses aux plus incapables. Ce sera la punition de son principe abstrait de l’égalité, qui dispense l’ignorant de s’instruire, l’imbécile de se juger, l’enfant d’être un homme et le mauvais sujet de s’amender. Le droit public fondé sur l’égalité virtuelle se brisera par ses conséquences. Il méconnaît l’inégalité de valeur, de mérite, d’expérience, c’est-à-dire le travail individuel; il aboutira au triomphe de la lie et de la platitude.» La citazione viene qui utilizzata esclusivamente nella sua valenza analitica — la constatazione della fiction légale democratica — separandola esplicitamente dai corollari normativi che la tradizione politica conservatrice ne ha tratto.↩︎

  2. “Il consenso ‘spontaneo’ dato dalle grandi masse della popolazione all’indirizzo impresso alla vita sociale dal gruppo fondamentale dominante” (Gramsci, Quaderni del Carcere, Q12, §1, Einaudi 1975, p. 1519).↩︎

  3. “L’industria culturale ha realizzato maliziosamente l’uomo come essere generico. Ognuno è soltanto ciò mediante cui può sostituire ogni altro: fungibile, un esemplare” (Adorno & Horkheimer, Dialettica dell’Illuminismo, Einaudi 1966, p. 153).↩︎

  4. “Gli AIE funzionano massicciamente con l’ideologia, sia come forma prevalente di funzionamento, sia come forma secondaria” (Althusser, “Idéologie et appareils idéologiques d’État”, La Pensée, n. 151, 1970, p. 8).↩︎

  5. “The mass media serve as a system for communicating messages and symbols to the general populace. It is their function to amuse, entertain, and inform, and to inculcate individuals with the values, beliefs, and codes of behavior that will integrate them into the institutional structures of the larger society” (Herman & Chomsky, Manufacturing Consent, Pantheon Books, 1988, p. 1).↩︎

  6. “In 1983, fifty corporations dominated most of every mass medium […]. By 2004 that number had dwindled to five” (Bagdikian, The New Media Monopoly, Beacon Press, 2004, p. 3).↩︎

  7. “The Internet was supposed to blow apart the world of corporate media. Instead, we have seen the opposite” (McChesney, Digital Disconnect, The New Press, 2013, p. 97).↩︎

  8. “Surveillance capitalism unilaterally claims human experience as free raw material for translation into behavioral data” (Zuboff, The Age of Surveillance Capitalism, PublicAffairs, 2019, p. 8).↩︎

  9. “A world constructed from the familiar is a world in which there’s nothing to learn […] you become hemmed in by your own story” (Pariser, The Filter Bubble, Penguin Press, 2011, p. 15).↩︎

  10. “The prime directive of the machine, the goal that shapes the behavior of the system, is to modify your behavior” (Lanier, Ten Arguments for Deleting Your Social Media Accounts Right Now, Henry Holt, 2018, p. 9).↩︎

  11. “Instrumentarian power knows and shapes human behavior toward others’ ends” (Zuboff, The Age of Surveillance Capitalism, PublicAffairs, 2019, p. 8).↩︎

  12. “We ask who gets to decide what is ‘offensive’ or ‘harmful’, and note that there is no neutral position: any choice about what to include or exclude encodes values” (Bender et al., “On the Dangers of Stochastic Parrots”, FAccT 2021, p. 614).↩︎

  13. “The computer is a powerful new metaphor for helping us understand our minds, but […] it must not be used as a device to bypass the responsibility of understanding” (Weizenbaum, Computer Power and Human Reason, Freeman, 1976, p. 277).↩︎

  14. “Algorithms are not neutral. They reflect the values of those who design them and the systems in which they operate” (Noble, Algorithms of Oppression, NYU Press, 2018, p. 1).↩︎

  15. “Lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale tra persone, mediato da immagini” (Debord, La Société du Spectacle, Buchet-Chastel, 1967, §4).↩︎

  16. “Il potere produce; produce realtà; produce campi di oggetti e rituali di verità” (Foucault, Surveiller et Punir, Gallimard, 1975, p. 196).↩︎

  17. Mayer, J. (2016). Dark Money: The Hidden History of the Billionaires Behind the Rise of the Radical Right. Doubleday, pp. 155–193.↩︎

  18. “Second-wave feminism contributed to a dramatic shift in the spirit of capitalism — one that accommodated demands for ‘recognition’ while ignoring those for redistribution” (Fraser, Fortunes of Feminism, Verso, 2013, p. 209).↩︎

  19. “Le capitalisme s’est révélé capable d’intégrer une part des exigences qui lui étaient opposées” (Boltanski & Chiapello, Le Nouvel Esprit du Capitalisme, Gallimard, 1999, p. 243).↩︎