Giulio Vidotto
Università di Padova
Su Il Foglio del 20 dicembre 2025, nella rubrica Facce dispari, è apparso un articolo molto interessante di Francesco Palmieri: l’intervista a Guri Schwarz, “Il nuovo pericolo è l’antisemitismo dei buoni sentimenti”.
Schwarz è uno storico di grande caratura: unisce competenza disciplinare, attenzione al lessico pubblico e capacità rara di cogliere gli slittamenti culturali che precedono e accompagnano i conflitti politici. La sua analisi evita l’ovvio e, soprattutto, evita l’automatismo più diffuso: confondere la descrizione di un fenomeno con la sua caricatura morale.
Merito, qui, anche della conduzione giornalistica. Palmieri non usa l’intervistato come “timbro” per una tesi già scritta, ma costruisce un percorso leggibile, con domande che lasciano spazio all’argomentazione e che tengono insieme cronaca, memoria e linguaggio senza trasformarli in slogan.
Proprio per questo l’articolo merita di essere letto non solo per ciò che afferma, ma anche per le riflessioni che suscita su un tema delicato e decisivo: come si definiscono (e da chi) i confini tra critica politica, morale pubblica e categorie di odio in un tempo in cui le immagini della guerra saturano la coscienza collettiva.
Per orientare queste mie riflessioni userò una distinzione semplice. Chiamerò overt ciò che l’intervista dichiara in modo esplicito e non nasconde. Chiamerò covert ciò che tende a restare implicito o schermato, non come “operazione segreta”, ma come effetto del framing: priorità tematiche, confini del dicibile e conseguenze prevedibili sul dibattito pubblico. In questa accezione, il covert può essere ricostruito osservando scelte di linguaggio, selezione dei temi, omissioni e probabili effetti sul lettore, e non implica intenzioni cospirative: può emergere anche senza una regia pienamente consapevole, come prodotto di urgenza morale, esigenze editoriali e sensibilità culturale.
L’intervista a Guri Schwarz svolge, sul piano overt, una funzione chiara.
Vuole segnalare che l’antisemitismo in Italia esiste, non è nuovo, e può rafforzarsi nel clima prodotto dalla guerra in Medio Oriente.
Vuole distinguere empatia per Gaza e antisemitismo, ma anche mostrare come certe retoriche possano attivare codici di matrice antiebraica.
Vuole descrivere un fenomeno “post-nazista” spesso non riconosciuto come tale da chi lo riproduce, anche perché l’immaginario pubblico tende a identificare l’antisemitismo solo con il razzismo nazista.
Vuole infine proporre una risposta non ridotta alla repressione, richiamando il tema della memoria della Shoah nello spazio pubblico e delle politiche europee costruite dagli anni Novanta.
Fin qui, il testo si presenta come intervento di chiarificazione e di allarme civile. Il nodo analitico non è solo ciò che dice, ma anche ciò che produce.
Sul piano covert, questo tipo di intervista può svolgere funzioni che non vengono enunciate come “obiettivi”, ma risultano plausibili perché coerenti con il framing e con le sue asimmetrie.
Agenda-setting (spostamento del baricentro). Il conflitto in Medio Oriente entra soprattutto come motore di un altro tema: “ha alimentato” una “nuova giudeofobia” e una “crisi di memoria”. Il focus operativo diventa la patologia del discorso pubblico europeo, più che la guerra in sé.
Boundary management (confine del dicibile). L’intervista costruisce una soglia tra critica legittima e slittamento stigmatizzante: “l’empatia per Gaza non è di per sé antisemita” ma può attivare codici antiebraici; e “dalla critica alle politiche di un governo” si può “scivolare” verso anatemi contro “il mondo ebraico”. Qui il testo non descrive solo un rischio: produce un perimetro.
Wedge effect (frattura interna ai campi). Nel passaggio sulla sinistra, la questione non è trattata come responsabilità politica, ma come “difficoltà di elaborazione” e come effetto della sostituzione della politica con la morale. Ne risulta una linea implicita tra chi resta nel registro “politico” e chi scivola nel registro “morale/assoluto”.
Immunizzazione preventiva. L’argomento “non sto difendendo un governo, sto prevenendo la giudeofobia” riduce il costo reputazionale di una posizione e aumenta il costo di una contestazione: chi obietta rischia di apparire “tiepido” verso l’antisemitismo.
Rilegittimazione del regime di memoria. Parlare di “crisi di memoria” rimette al centro la Shoah come asse normativo dello spazio pubblico: la diagnosi della crisi finisce per difendere anche il ruolo dell’architettura memoriale nella definizione dei confini del dicibile.
Preparazione del terreno per strumenti e policy. Il passaggio su IHRA e sulla “genesi” delle politiche memoriali introduce un livello istituzionale: non solo diagnosi culturale, ma cornice per definizioni operative e pratiche di monitoraggio. Dire che quella definizione “oggi viene strumentalizzata in un contesto diverso” equivale, di fatto, a intervenire su quali standard debbano governare il confine tra critica politica e antisemitismo nello spazio pubblico.
Queste funzioni covert non richiedono intenzioni cospirative. Possono emergere anche senza una regia deliberata. Il punto decisivo è che producono effetti nel momento in cui si sedimentano nei discorsi pubblici ricorrenti.
Una lettura equilibrata dovrebbe quindi tenere insieme due verità simultanee.
Da un lato, è ragionevole denunciare l’uso di stereotipi antiebraici travestiti da virtù morale. È un compito civile necessario.
Dall’altro, è altrettanto necessario riconoscere che la stessa denuncia decide priorità, fissa confini del dicibile, redistribuisce legittimità tra cornici interpretative concorrenti.
Se il dibattito pubblico vuole reggere, la sfida non è scegliere tra morale e politica. La sfida è non farle collassare l’una nell’altra. E soprattutto non scambiare una cornice interpretativa per la realtà che pretende di descrivere.
È doveroso ricordare le vittime del nazismo, e più in generale tutte le vittime dei razzismi europei del Novecento. La memoria non è un trofeo identitario, è un vincolo morale.
Proprio per questo la memoria non può diventare un dispositivo di amnesia altrove. Non si può chiedere lucidità sugli stereotipi antiebraici e, nello stesso tempo, distogliere lo sguardo dalle migliaia di morti, espulsioni e forme di dominio che, indipendentemente dalle appartenenze politiche del momento, hanno accompagnato e accompagnano un progetto statuale e territoriale costruito anche attraverso guerra, spostamenti forzati e asimmetrie di diritti.
Il punto non è mettere in concorrenza i dolori, né trasformare la storia in un tribunale permanente. Il punto è più semplice e più esigente: una memoria pubblica che voglia reggere deve valere per tutti, e deve saper nominare, senza alibi, le violenze prodotte dai progetti politici quando diventano sistematiche.