Author
Giulio Vidotto
Università di Padova (Università di Padova), Padova, Italia
Dall’implosione dell’Unione Sovietica alla crisi sistemica del 2026, la relazione tra Occidente e Russia non segue il percorso lineare di “integrazione mancata” descritto dalla narrativa mainstream, ma quello di un progetto strutturato di contenimento e smontaggio graduale della potenza russa, costruito su espansione NATO, shock economici e penetrazione politico‑normativa.[web:200][web:204][web:241] La fase 1991–2000 appare ex post come il momento di massima asimmetria, in cui Washington e gli alleati europei ritengono possibile trasformare la Russia post‑sovietica in periferia ancillare dell’ordine liberale, mentre la transizione economica viene gestita come combinazione di “shock therapy” e privatizzazioni predatorie, producendo un trauma sociale che alimenta il successivo rifiuto russo della subordinazione.[web:293][web:294][web:300]
A partire dai primi anni Duemila, una nuova élite di sicurezza russa conclude che il percorso di integrazione controllata è incompatibile con la sopravvivenza della Russia come soggetto di potenza, e opera una svolta strategica: abbandona l’orizzonte dell’inclusione nell’ordine occidentale e rilegge NATO, UE e strumenti di soft power come vettori di disarticolazione strutturale.[web:205][web:208][web:213] In questa chiave, Bucarest 2008, Euromaidan 2014, il mancato uso di Minsk I/II come vere piattaforme di pacificazione e il collasso del negoziato di Istanbul 2022 non sono incidenti, ma tappe di un confronto sistemico ormai irreversibile.[web:277][web:281][web:264]
Il saggio ricostruisce questa traiettoria in sette passaggi: il progetto “perfetto” di spezzatino russo negli anni Novanta; il “granello nell’ingranaggio” rappresentato dalla reazione russa; l’accelerazione 2008–2022; l’impasse creatasi dopo l’invasione dell’Ucraina; il ruolo degli stati maggiori “illuminati” in Germania e Italia, rimossi quando hanno spiegato che senza rispetto reciproco verso la Russia la traiettoria è autodistruttiva; e infine la natura delle richieste russe (rispetto, garanzie di sicurezza contro attacchi covert, overt e nucleari) che l’Occidente non può soddisfare senza rinunciare alla propria architettura di potenza.[web:257][web:261][web:318][web:316] Ne risulta un vicolo cieco strategico in cui nessuna via d’uscita stabile è compatibile con gli assunti fondativi dell’ordine occidentale post‑1991.
Nel gennaio 2026, la Guardia Costiera statunitense abborda e sequestra la petroliera Marinera (ex Bella 1), formalmente battente bandiera russa, nell’Atlantico settentrionale, in esecuzione di un mandato legato a violazioni di sanzioni su petrolio venezuelano e reti collegate a Iran e Hezbollah.[web:15][web:13] Mosca rivendica la nave come unità civile russa, denuncia l’operazione come violazione del diritto del mare e invia mezzi navali, incluso un sottomarino, a “garanzia” delle proprie unità, trasformando un’azione di law enforcement in episodio di confronto diretto tra potenze nucleari.[web:3][web:6]
Sul piano giuridico, la vicenda è controversa e tecnicamente ambigua; sul piano strategico, è del tutto limpida. L’episodio non è la causa di una crisi, ma il sintomo di una traiettoria già bloccata: un ordine occidentale che, dopo avere disegnato per trent’anni un progetto coerente di contenimento e smontaggio della Russia, scopre che il principale bersaglio di quel progetto non solo non è stato disarticolato, ma ha riorganizzato la propria strategia intorno all’idea di uno scontro strutturale.[web:216][web:239][web:215]
Per capire perché si sequestra una petroliera russa in alto mare nel 2026, occorre tornare al momento in cui l’Occidente ha creduto di avere “già vinto” per sempre: l’implosione dell’URSS.
Quando l’Unione Sovietica si dissolve nel dicembre 1991, Washington e le capitali europee si trovano davanti a una configurazione di potere che appare irripetibile: un ex impero nucleare con economia collassata, istituzioni delegittimate, élite frammentate, apparato militare in disgregazione, e nessuna potenza rivale in grado di opporsi.[web:241][web:246] Nei documenti di strategia USA dell’epoca, la Russia non è più trattata come pari, ma come problema di gestione: come reinserire una massa critica territoriale, energetica e militare nel sistema occidentale in modo che non possa più tornare a essere un antagonista.[web:204][web:212]
Su questo sfondo, prende forma un progetto che si può sintetizzare nella metafora dello “spezzatino”. Primo pezzo: ricomporre l’Europa centrale e orientale sotto l’ombrello NATO/UE, colmando il “vuoto di sicurezza” creato dalla fine del Patto di Varsavia. Secondo pezzo: spingere più oltre, includendo progressivamente i Paesi baltici, i Balcani, fino a proiettarsi verso lo spazio post‑sovietico (Ucraina, Georgia). Terzo pezzo: gestire la transizione economica russa attraverso shock therapy, privatizzazioni rapide e liberalizzazione dei capitali, usando FMI, Banca Mondiale e consulenti occidentali come architetti della trasformazione.[web:293][web:294][web:300]
Le privatizzazioni russe degli anni Novanta creano un’oligarchia interna alleata con interessi occidentali e portano a una massiccia fuoriuscita di capitali e risorse. Sachs e altri economisti che vi partecipano evidenziano, a posteriori, come la combinazione di liberalizzazione dei prezzi, apertura del conto capitale e privatizzazioni accelerate abbia prodotto una caduta del PIL e del tenore di vita senza precedenti in un paese industriale, organizzando di fatto uno dei più grandi trasferimenti di ricchezza pubblica verso privati, spesso collegati ai centri finanziari occidentali.[web:293][web:297][web:303]
Parallelamente, la NATO, lungi dallo sciogliersi dopo la Guerra Fredda, viene ridefinita come strumento di “sicurezza collettiva” aperto ai nuovi democracies dell’Europa centrale ed orientale. Nella pratica, le ondate di allargamento del 1999 e del 2004 trasformano l’alleanza da blocco difensivo contro l’URSS a infrastruttura di sicurezza euro‑atlantica che ingloba quasi tutte le ex sfere di influenza sovietiche, mentre i dibattiti interni su “promesse” di non‑espansione restano confinati a documenti, memorie e note diplomatiche.[web:200][web:202][web:221]
La retorica occidentale traduce questo processo in linguaggio universalista: “allargare la zona di pace e democrazia”, “integrare paesi liberati dal comunismo”, “offrire garanzie di sicurezza a Stati vulnerabili”.[web:204][web:209] Per le élite russe – non solo per i nazionalisti ma per ampi segmenti della burocrazia statale – la lettura è diversa: si sta costruendo un ordine europeo nel quale la Russia viene progressivamente tagliata fuori dai processi decisionali e dalle architetture di sicurezza, mentre la sua economia viene impoverita e resa dipendente da flussi finanziari occidentali.[web:201][web:207][web:213]
Nella sua forma originaria, il progetto è “perfetto” perché combina vantaggio materiale, copertura ideologica e assenza di resistenza. L’URSS è implosa, gli interlocutori sono deboli, la strada appare in discesa. L’obiettivo implicito – ridurre la Russia a grande mercato di risorse e piazza di investimento subordinata, disarticolando la sua capacità di agire come polo autonomo – sembra realisticamente raggiungibile.
Il “granello” non compare a Washington o a Bruxelles. Nasce a Mosca, nel modo in cui la classe dirigente russa legge gli anni Novanta. Il trauma sociale prodotto dalla shock therapy, la percezione diffusa di saccheggio delle risorse nazionali, la perdita di status internazionale e la marginalizzazione della Russia nei grandi dossier globali alimentano un sentimento di umiliazione che attraversa tanto i circoli patriottici quanto l’apparato di sicurezza erede del KGB.[web:293][web:297][web:303]
Negli anni della presidenza Eltsin, questo malessere non ha ancora una traduzione univoca in policy: coesistono tentativi di cooperazione stretta con l’Occidente, illusioni di partnership strategica e reazioni episodiche a interventi NATO percepiti come aggressivi (Kosovo, 1999).[web:241][web:301] Ma sotto la superficie, si consolida una diagnosi condivisa in segmenti chiave dell’élite russa: l’Occidente non intende integrare la Russia come soggetto di pari dignità, intende gestirla come periferia.
Con l’arrivo al potere di Vladimir Putin nel 2000, questa diagnosi trova un interprete politico capace di tradurla in strategia. Le prime mosse non sono anti‑occidentali in senso diretto; sono interne: riassorbimento degli oligarchi più indipendenti, ricostruzione di un minimo di capacità statale, recupero del controllo sulle rendite energetiche, ricomposizione della verticale del potere.[web:172][web:205] Ma sul piano concettuale la svolta è netta: la Russia non cerca più di entrare “nella casa occidentale”, chiede riconoscimento come polo autonomo, rifiuta di essere trattata come caso speciale da riformare.[web:208][web:176]
La nuova dottrina di politica estera riflette questo cambio: nei documenti ufficiali del 2000 e successivi, l’Occidente è descritto come partner possibile ma anche come fonte di minacce sistemiche, soprattutto attraverso l’espansione NATO e gli interventi di ingerenza politica.[web:176][web:205][web:208] Il messaggio implicito è chiaro: l’epoca della subordinazione è finita, e la Russia è pronta a sostenere costi significativi per non tornare in quella posizione.
Dal punto di vista occidentale, questo cambio viene spesso ridotto alla psicologia di Putin o a nostalgie imperiali. Dal punto di vista russo, è una risposta alla constatazione che la strada intrapresa dall’Occidente – spezzatino territoriale, saccheggio economico, marginalizzazione politica – non offre alcuna via di reintegro dignitoso. Se il progetto USA prevede una Russia permanentemente ancillare, la sola alternativa è rifiutare quel progetto, a qualsiasi prezzo.
In questo contesto, il vertice NATO di Bucarest del 2008 è il momento in cui la rottura latente diventa esplicita. La dichiarazione che “Ukraine and Georgia will become members of NATO” codifica in forma testuale ciò che a Mosca si percepiva da tempo: l’intenzione di portare l’alleanza fino al cuore dello spazio post‑sovietico, inglobando territori che, nella storia russa, rappresentano linee rosse strategiche.[web:277][web:283][web:281]
Putin reagisce già nello stesso anno con la guerra in Georgia, rovesciando rapidamente la situazione militare e inviando un segnale preciso: l’espansione NATO nello spazio ex sovietico incontrerà resistenza armata. Per l’Occidente, si tratta di “aggressione”. Per Mosca, è un atto di difesa preventiva contro un processo di accerchiamento che, se non fermato, porterà missili NATO a breve distanza da Rostov, Voronezh, Kursk.[web:289][web:214]
La crisi ucraina del 2013–2014 traduce questo scontro in forma acuta. Euromaidan e il rovesciamento di Yanukovich sono presentati in Occidente come rivoluzione democratica contro un regime corrotto filorusso; per Mosca, rappresentano un regime change sostenuto dall’esterno, finalizzato a spezzare definitivamente l’ambiguità di Kiev e ad allineare l’Ucraina alla strategia NATO‑UE.[web:257][web:270][web:284]
L’annessione della Crimea e il sostegno alle repubbliche separatiste nel Donbass non sono, nella logica russa, iniziative di espansione opportunistica, ma contromisure immediate per impedire che la flotta del Mar Nero e l’accesso al Mar Mediterraneo cadano sotto controllo NATO, e per render costoso per l’Occidente trasformare l’Ucraina in piattaforma avanzata.[web:281][web:270]
Gli accordi di Minsk I e II (2014–2015) rappresentano, sulla carta, un tentativo di congelare il conflitto. Ma le successive ammissioni di leader europei coinvolti (Merkel, Hollande) e l’analisi di osservatori come Sachs mostrano come, nella pratica, Minsk sia stato usato da parte occidentale principalmente per guadagnare tempo, addestrare e armare l’esercito ucraino, e preparare una nuova fase dello scontro, non per risolverlo.[web:124][web:138][web:264]
Quando nel 2021–2022 si apre il ciclo di intensificazione militare sui confini ucraini, la situazione è dunque già strutturale: per Mosca, la combinazione di espansione NATO, regime change a Kiev, mancata attuazione di Minsk e rifiuto occidentale di discutere seriamente la neutralità ucraina dimostra che l’Occidente non ha intenzione di stabilizzare lo spazio post‑sovietico, ma di usarlo come leva permanente di pressione.[web:257][web:275][web:281] L’invasione del febbraio 2022 è la scelta russa di rispondere a questo scenario con la forza, non il prodotto di un “raptus imperialista” improvviso.
La reazione occidentale all’invasione è coerente con il progetto di lungo periodo: pacchetto sanzionatorio senza precedenti, sostegno massiccio all’Ucraina, guerra economica e finanziaria destinata—nelle aspettative—ad azzoppare la capacità russa di sostenere un conflitto prolungato.[web:239][web:245][web:247] L’obiettivo dichiarato da vari leader USA ed europei è “indebolire strategicamente la Russia” fino a ridurne drasticamente la capacità militare e la proiezione di potenza.[web:216][web:232]
I leaks di documenti statunitensi, così come la documentazione declassificata, confermano che, nelle valutazioni interne, l’obiettivo non è semplicemente difendere l’Ucraina, ma ottenere una “sconfitta strategica” di Mosca, mantenendo la Russia abbastanza integra da evitare il caos nucleare, ma sufficientemente mutilata da non poter più sfidare l’ordine occidentale.[web:221][web:231][web:228]
La realtà sul terreno e sul piano economico smentisce questo scenario. La Russia assorbe il primo impatto delle sanzioni, si riorienta rapidamente verso un’economia di guerra, ricostruisce catene di fornitura attraverso Cina, Iran, altri partner, e dimostra di poter sostenere un conflitto di attrito lunga durata.[web:247][web:249] L’Europa, al contrario, scopre i limiti della propria base industriale e della propria resilienza energetica, mentre gli Stati Uniti devono confrontarsi con il fatto che la loro proiezione di potenza finanziaria e tecnologica non è più in grado di garantire effetti politici deterministici su un grande avversario.[web:215][web:248]
Nel 2026, con la vicenda Marinera e la crisi venezuelana, il quadro si è rovesciato: l’Occidente continua ad applicare la “tecnica dello spezzatino”—sanzioni incrementali, sequestri mirati, pressioni su asset energetici—ma la controparte russa non è più la Russia degli anni Novanta: è una potenza che ha accettato esplicitamente uno scontro sistemico e ha internalizzato l’idea che il conflitto con l’Occidente sarà lungo, multilivello, e non risolvibile con un singolo accordo.[web:116][web:121][web:216]
La macchina occidentale prosegue per inerzia, ma non produce più l’output per cui era stata progettata: la Russia non collassa, non accetta condizioni di resa, non rientra nel perimetro. L’ordine occidentale si trova così impegnato in una guerra che non può vincere, contro un avversario che non può piegare, e con un resto del mondo che osserva la scena senza più aderire in modo automatico alla narrativa occidentale.
In questo contesto emergono, dalle forze armate di alcuni Paesi chiave, voci dissonanti rispetto alla narrativa ufficiale. Non si tratta di pacifisti, ma di professionisti della pianificazione militare che guardano ai dati reali su capacità industriali, riserve di munizioni, tempi di produzione, logistica, e traggono conclusioni che la politica non vuole sentire.[web:215][web:247]
Il caso più emblematico è quello dell’ammiraglio Kay‑Achim Schönbach, comandante della Marina tedesca, che nel gennaio 2022 afferma pubblicamente che “ciò che Putin vuole davvero è rispetto, rispetto tra pari, e darglielo non costa nulla a noi”.[web:318][web:331][web:346] Nel medesimo intervento, ridimensiona il rischio immediato di un’invasione russa dell’Ucraina e sottolinea che la Crimea è “persa” per Kiev, riflettendo una valutazione realista condivisa da molti militari. La reazione politica è immediata: dimissioni forzate nel giro di pochi giorni.
Allo stesso modo, dichiarazioni di vertice provenienti da ambienti militari italiani e tedeschi, che sottolineano la rapidità del riarmo russo, la sottovalutazione della capacità industriale russa e l’insufficienza degli sforzi europei per colmare il gap, vengono accolte con imbarazzo e, in alcuni casi, seguìte da rimozioni o marginalizzazioni.[web:316][web:319][web:328][web:320]
Il filo rosso di questi interventi “illuminati” è lo stesso:
Queste diagnosi, formulate da militari che ragionano in termini di equilibrio di potere e costi/benefici, confliggono con una narrativa politica che continua a presentare il conflitto come una difesa dell’ordine liberale contro un attore irrazionale. Il modo più semplice per risolvere la dissonanza è rimuovere chi, dall’interno del sistema, segnala che la strada intrapresa non porta alla vittoria ma a una progressiva subordinazione strategica europea e a una paralisi decisionale.
Arrivati a questo punto, la domanda centrale è: se la macchina occidentale è in crisi, se la Russia non collassa, se le voci più competenti sul piano militare suggeriscono che non esiste vittoria “pulita”, perché non si cerca un compromesso?
La risposta richiede di guardare non alle formule diplomatiche, ma alle richieste strutturali. In sintesi, la Russia chiede due cose: rispetto e sicurezza. Rispetto significa riconoscimento dello status di grande potenza, del diritto ad avere interessi legittimi nella propria periferia, e del fatto che la Russia non è un “problema” da gestire, ma un soggetto con cui va negoziato su basi paritarie.[web:176][web:208][web:170]
Questa dimensione è difficilmente compatibile con la struttura ideologica dell’ordine occidentale post‑1991, che si presenta come universale, fondato su diritti e regole uguali per tutti, ostile per principio al riconoscimento formale di sfere di influenza. Ammettere che la Russia ha uno status speciale nello spazio post‑sovietico implicherebbe riconoscere che l’ordine non è veramente universale, ma composto da zone, gerarchie, e patteggiamenti di potenza.[web:211][web:215]
La seconda richiesta è la sicurezza di non essere attaccata, articolata su tre livelli.
Sicurezza contro attacchi covert
La Russia chiede la fine dell’uso di strumenti di interferenza politica,
informativa, finanziaria per destabilizzare i regimi a lei vicini o lo
stesso sistema russo: niente rivoluzioni di colore sponsorizzate, niente
ONG usate come vettori di influenza, niente campagne sistematiche di
delegittimazione volte a preparare cambi di regime.[web:211][web:224]
Questo contrasta con la pratica consolidata della politica estera
occidentale post‑Guerra Fredda, che ha sistematicamente utilizzato
questi strumenti nei Balcani, nello spazio post‑sovietico, in Medio
Oriente.
Sicurezza contro attacchi overt
Mosca chiede la rinuncia all’ulteriore espansione NATO verso Est, la
neutralità de facto dell’Ucraina (e della Georgia), e la rimozione o non
installazione di infrastrutture militari offensive nei Paesi
confinanti.[web:208][web:216] Questo entra in collisione frontale con
l’idea occidentale di “porta aperta” dell’alleanza e con la narrativa
secondo cui ogni Stato ha diritto illimitato di scegliere le proprie
alleanze, indipendentemente dalle percezioni di minaccia
altrui.
Sicurezza nucleare
La Russia chiede garanzie credibili che l’Occidente non cercherà di
erodere la sua capacità di secondo colpo attraverso sistemi ABM
avanzati, schieramenti ravvicinati e dottrine che rendano plausibile un
first strike neutralizzante.[web:226][web:69] Per gli Stati Uniti, però,
l’“extended deterrence” e la ricerca di vantaggi qualitativi in campo
nucleare sono elementi centrali della propria postura globale; accettare
un equilibrio stabile di deterrenza reciproca con la Russia
significherebbe rinunciare a uno degli strumenti cardine del proprio
status egemonico.
In astratto, un accordo che riconosca alla Russia rispetto e queste tre dimensioni di sicurezza sarebbe possibile. In concreto, imporrebbe all’Occidente di negare alcuni dei pilastri della propria auto‑rappresentazione:
Per questo, la porta “logica” della stabilizzazione resta chiusa. L’Occidente non può concedere ciò che la Russia considera precondizione minima per qualsiasi accordo duraturo, perché concederlo significherebbe ammettere che il progetto iniziato negli anni Novanta – trasformare la Russia in elemento ancillare dell’ordine occidentale – non solo è fallito, ma era, in radice, incompatibile con una coesistenza stabile.
La Russia, dal canto suo, non può più tornare indietro. La scelta di rifiutare l’ancillarità, compiuta dopo il trauma degli anni Novanta, è ormai identitaria. Qualsiasi leadership russa che accettasse di rientrare nei parametri occidentali senza garanzie sostanziali di rispetto e sicurezza verrebbe delegittimata internamente.
Il risultato è un vicolo cieco strutturale. L’Occidente procede per inerzia lungo una strada che non porta alla stabilizzazione, ma a un logoramento progressivo delle proprie capacità industriali, politiche e di legittimazione; la Russia accetta una traiettoria di scontro prolungato che considera preferibile alla morte lenta per disarticolazione. Nessuno dei due attori ha incentivi interni sufficienti per operare un vero cambio di paradigma.
Questo saggio nasce dall’intersezione tra ricerca autonoma, confronto critico con interpretazioni eterodosse del conflitto russo–occidentale e analisi di documentazione primaria e secondaria disponibile in inglese, russo e altre lingue europee. Un ruolo particolare ha avuto il lavoro di Jeffrey D. Sachs, che ha contribuito a riportare al centro del dibattito occidentale il tema delle promesse implicite sulla non‑espansione NATO, della gestione dei processi di transizione post‑sovietica e del fallimento deliberato di occasioni negoziali come Minsk e Istanbul.[web:257][web:259][web:270]
L’autore riconosce inoltre il valore delle prese di posizione, spesso rapidamente censurate, di esponenti militari europei, in particolare tedeschi e italiani, che hanno evidenziato l’insostenibilità di una strategia basata sulla sottovalutazione permanente della resilienza russa e sulla mancanza di rispetto strutturale per la storia e la cultura strategica della Russia, segnalando che con i russi non si coopera senza rispetto reciproco e che ignorare questo dato, alla luce della storia russa, è un errore mortale.[web:318][web:331][web:316][web:319]
Strumenti di intelligenza artificiale sono stati utilizzati a supporto per la raccolta sistematica delle fonti, il recupero di materiali dispersi (cablogrammi, analisi strategiche, dichiarazioni ufficiali, interviste), la verifica incrociata di cronologie e dati fattuali e l’ottimizzazione della coerenza espositiva. L’AI ha fornito ausilio nell’individuazione di pattern narrativi ricorrenti nelle fonti occidentali e russe, facilitando il confronto tra narrazioni antagoniste.[web:182][web:183][web:188]
Tutte le interpretazioni, le costruzioni causali, le letture di lungo periodo degli eventi e le valutazioni sulla natura strutturale del conflitto tra Russia e Occidente rappresentano esclusivamente il giudizio dell’autore, che si assume piena responsabilità per le tesi qui sostenute e per la selezione e ponderazione delle fonti utilizzate.
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