Il Milione e i Suoi Critici

Una Rivalutazione Metodologica alla Luce della Linguistica, della Memoria e delle Condizioni di Produzione del Testo

Giulio Vidotto - Università di Padova

Introduzione

Le controversie sull’attendibilità del Milione hanno attraversato sette secoli di storiografia. I critici hanno evidenziato omissioni clamorose—la Grande Muraglia, il tè, le bacchette, i piedi bendati—e l’assenza di qualsiasi menzione di Marco Polo negli archivi Yuan. I difensori hanno risposto citando dettagli accurati sulla produzione del sale, sul sistema monetario e sulla missione diplomatica della principessa Kököchin. Questo saggio non intende risolvere il dibattito sull’effettiva presenza di Marco Polo in Cina, ma propone una rivalutazione metodologica delle critiche basandosi su tre elementi strutturali spesso ignorati: le mediazioni linguistiche multiple nella produzione del testo, le condizioni oggettive della sua composizione e le conoscenze contemporanee sul funzionamento della memoria autobiografica a lungo termine.

Le Mediazioni Linguistiche: Un Testo Quattro Volte Filtrato

La Complessità Originaria

Il Milione non è il prodotto diretto della penna di Marco Polo. Nel 1298, dopo la battaglia di Curzola, Marco fu imprigionato a Genova e condivise la cella con Rustichello da Pisa, uno scrittore di romanzi cavallereschi. Marco raccontò oralmente i suoi viaggi e Rustichello li trascrisse in franco-veneto (o franco-italiano), una lingua letteraria artificiale diffusa nel Nord Italia tra il XIII e XV secolo.

Gli studiosi moderni hanno identificato quattro distinti livelli linguistici che interagirono nella composizione del Devisement dou monde (titolo originale): il veneziano antico di Marco Polo (sua lingua madre), il francese imperfetto di Marco (probabilmente con forti tratti veneziani), il pisano antico di Rustichello (varietà toscana) e il francese letterario di Rustichello (lingua in cui aveva già scritto romanzi arturiani). Il risultato è un ibrido che gli studiosi definiscono “indefinibile e, in ogni caso, altamente originale”—non francese puro né italiano, ma una mescolanza artificiale che riflette le competenze linguistiche limitate di entrambi gli autori nella lingua letteraria scelta.

Le Successive Traduzioni e Corruzioni

Il testo fu poi tradotto in latino (1302-1314), toscano volgare, veneziano e altre lingue. Questo spiega perché esistono versioni molto diverse del Milione—non solo per aggiunte e modifiche intenzionali, ma perché ciascuna traduzione partiva da una base linguistica già instabile. Francesco Pipino, nel preparare la versione latina, non esitò a eliminare passaggi che non gradiva e ad aggiungere invettive contro i musulmani, generalmente assenti dalle versioni più vicine alle intenzioni originali di Marco.

Implicazioni per la Critica Terminologica

Qualsiasi analisi della terminologia usata nel testo per determinare se Marco fosse davvero in Cina diventa metodologicamente problematica. Non si sta analizzando le parole di Marco Polo, ma un testo filtrato attraverso almeno tre livelli di mediazione linguistica. L’assenza di termini cinesi potrebbe riflettere le scelte lessicali di Rustichello, le convenzioni del franco-veneto letterario, i limiti del vocabolario di Marco quando raccontava oralmente o le successive traduzioni e ricopiature.

La critica basata sull’uso prevalente di nomi persiani o mongoli invece di cinesi è stata ampiamente ridimensionata da Stephen Haw nel suo studio “The Persian Language in Yuan-Dynasty China: A Reappraisal” (2008). Haw ha dimostrato che la maggior parte dei nomi di luoghi in Cina che Marco usa sono puramente cinesi, non persiani. La lista di termini di origine persiana si riduce a circa mezza dozzina. Marco usa chiaramente termini mongoli e turchi per nomi di luoghi e vocabolario, con prove molto più consistenti di conoscenza del turco che del persiano.

Il contesto linguistico della corte Yuan era multilingue: il mongolo era la lingua dei dominatori e aveva lo status più elevato, seguito dal turco (più diffuso del persiano in tutto l’impero mongolo). Il persiano era usato ampiamente nell’amministrazione Yuan come lingua franca tra stranieri, ma non era dominante. Marco Polo afferma di conoscere quattro lingue—gli studiosi concordano fossero mongolo, persiano, arabo e turco, non cinese. Ma questo è perfettamente compatibile con un suo effettivo soggiorno in Cina, perché operava in ambienti multilingui dove quelle lingue erano sufficienti.

Le Condizioni Oggettive della Composizione

Il Contesto della Prigionia

Marco Polo raccontò i suoi viaggi mentre era prigioniero in una cella genovese, probabilmente nel Palazzo San Giorgio. Le condizioni sono cruciali per valutare l’attendibilità del testo:

Distanza temporale: Marco sta raccontando eventi che risalgono ad almeno 7 anni prima (ritorno nel 1291) e fino a 23 anni prima per i primi eventi in Cina (arrivo 1275).

Assenza di documentazione: È in una cella, senza appunti scritti durante il viaggio, senza mappe o documenti di riferimento, senza possibilità di verificare nomi, date o dettagli.

Destinatario: Sta raccontando a Rustichello da Pisa, che era uno scrittore di romanzi cavallereschi, non uno storico o geografo. L’obiettivo non era produrre un trattato accademico ma intrattenere e possibilmente ottenere fama attraverso la pubblicazione.

Modalità orale: Sta raccontando a memoria, oralmente, probabilmente in più sessioni nella monotonia della prigionia, senza la possibilità di rivedere, correggere o integrare quanto dettato nelle sessioni precedenti.

Conseguenze Metodologiche

Queste circostanze spiegano moltissimo delle caratteristiche del testo che i critici hanno evidenziato:

Omissioni: È normale che non ricordi dettagli quotidiani come bacchette o tè—non erano rilevanti per un racconto avventuroso destinato a impressionare un pubblico europeo che non aveva alcun termine di paragone.

Esagerazioni sul proprio ruolo: Tipico dei racconti orali fatti per impressionare l’ascoltatore e per costruire un’immagine di sé come protagonista di eventi straordinari.

Errori geografici: Memoria imperfetta dopo decenni, senza la possibilità di consultare note o mappe.

Focus su elementi spettacolari: La carta moneta, i palazzi immensi, le battaglie—elementi memorabili per un ascoltatore europeo e utili per mantenere l’interesse narrativo.

Il Milione non è un diario di viaggio contemporaneo, non è un report diplomatico accurato, non è un trattato geografico sistematico. È un racconto orale di avventure fatto a memoria in una prigione anni dopo i fatti, trascritto da un romanziere con propri obiettivi letterari.

Il Funzionamento della Memoria Autobiografica

Principi Scientifici della Memoria a Lungo Termine

La memoria episodica e autobiografica non è una registrazione video fedele degli eventi. È un processo di ricostruzione attiva che subisce trasformazioni continue durante codifica, consolidamento e richiamo. La ricerca neuroscientifica contemporanea ha stabilito principi fondamentali che devono essere considerati quando si valuta un testo come il Milione:

Decadimento temporale: I ricordi autobiografici decadono secondo una funzione di potenza. I dettagli si perdono rapidamente, specialmente quelli periferici e non salienti. Anche nelle persone con memoria autobiografica superiore (HSAM), il numero di dettagli interni recuperati a 1 mese è significativamente inferiore rispetto a 1 settimana. Per Marco Polo si sta parlando di 7-23 anni, non settimane. Il decadimento sarebbe stato massiccio.

Trasformazione delle rappresentazioni: Le rappresentazioni neurali della memoria subiscono trasformazioni continue. Le memorie a lungo termine tendono a diventare più semantiche e astratte, perdendo dettagli percettivi specifici. Questo spiega perfettamente perché Marco ricorderebbe concetti generali (“grande palazzo”, “carta moneta”, “esercito enorme”) ma non dettagli quotidiani (bacchette, tè, caratteristiche della calligrafia).

L’assenza di richiamo intermedio: La ricerca sul Self-Administered Interview mostra che il richiamo immediato (entro 24 ore) è cruciale per preservare i dettagli. Senza richiamo strutturato precoce, i dettagli si perdono irreversibilmente. Marco Polo non aveva preso appunti sistematici durante 17 anni in Cina, e probabilmente non aveva fatto richiami strutturati durante i 7 anni tra il ritorno (1291) e la prigionia (1298).

Ricostruzione generativa: La memoria autobiografica è generativa, non riproduttiva. Ricostruisce eventi combinando frammenti reali con inferenze, aspettative e conoscenze generali. Più passa il tempo, più la memoria diventa “storia che raccontiamo a noi stessi” piuttosto che registrazione accurata.

Applicazione al Caso Marco Polo

Date queste caratteristiche della memoria umana, nel 1298 Marco Polo:

  • Ricorderebbe: Eventi salienti ed emotivamente significativi (primo incontro con Kublai Khan, battaglie a cui assistette, palazzi imperiali, sistema della carta moneta che stupì un veneziano abituato alle monete metalliche)

  • Dimenticherrebbe: Dettagli quotidiani non salienti (bacchette usate a tavola, tè bevuto quotidianamente, scrittura cinese vista costantemente ma mai studiata)

  • Confonderebbe: Luoghi visitati in sequenza, nomi di persone e città sentiti pronunciare in lingue diverse, sequenze temporali di eventi non drammatici

  • Ricostruirebbe: Dettagli mancanti con inferenze plausibili basate su conoscenze generali o informazioni raccolte successivamente

  • Esagererebbe: Il proprio ruolo (normale distorsione ego-centrica della memoria autobiografica, amplificata dal contesto narrativo)

Criticare Marco Polo per omissioni di dettagli quotidiani dopo 7-23 anni ignora completamente come funziona la memoria umana. È come aspettarsi che qualcuno ricordi esattamente cosa mangiava a colazione durante un viaggio di vent’anni fa, o che tipo di utensili venivano usati in ogni pasto. La memoria non registra sistematicamente l’ordinario; conserva lo straordinario e l’emotivamente saliente.

L’Impossibilità dell’Identificazione negli Archivi Yuan

Il Problema della Trascrizione dei Nomi Stranieri

Un aspetto cruciale, spesso trascurato nelle critiche basate sull’assenza di Marco Polo negli archivi Yuan, riguarda le pratiche di trascrizione dei nomi stranieri nella Cina del XIII-XIV secolo. Gli archivi Yuan sono effettivamente massicci e dettagliati, ma questo non significa che l’identificazione di un mercante veneziano sia possibile o plausibile.

Variabilità della trascrizione: I nomi stranieri venivano trascritti foneticamente in caratteri cinesi, ma senza standardizzazione. Lo stesso nome poteva essere registrato in modi radicalmente diversi da scribi diversi o in periodi diversi. Inoltre, durante la dinastia Qing, l’imperatore Qianlong ordinò una revisione sistematica delle trascrizioni straniere nella Storia degli Yuan (Yuan shi), modificando molti nomi per conformarli a pronunce manchù o standard successivi, rendendo ancora più difficile l’identificazione retroattiva.

Molteplicità dei nomi: Uno straniero alla corte Yuan poteva essere conosciuto con nomi diversi: il suo nome originale, una trascrizione mongola, una trascrizione cinese, un nome persiano (se operava in circoli musulmani), un eventuale nome d’uso cinese o mongolo adottato per comodità. Non esiste alcuna certezza su quale di questi nomi—se mai fu registrato—sarebbe stato utilizzato nei documenti ufficiali.

Il caso “Boluo”: Nel 2010 lo studioso cinese Peng Hai ha proposto di identificare Marco Polo con un certo “Boluo” (孛罗) menzionato nel Volume 119 della Storia degli Yuan. Tuttavia, ricerche successive hanno rivelato che “Boluo” era un nome ragionevolmente comune durante gli Yuan—almeno 6 individui diversi con gli stessi caratteri sono documentati nel periodo. Senza ulteriori dettagli distintivi, l’identificazione rimane altamente speculativa.

Marco Polo stesso potrebbe non saperlo: Questo è forse l’aspetto più importante. Se Marco Polo fosse stato registrato negli archivi con una trascrizione fonetica cinese del suo nome che suonava completamente diversa (“Ma-ke Bo-luo” 马可波罗 è una trascrizione moderna), o con un nome mongolo o persiano che gli fu attribuito dai funzionari, lui stesso potrebbe non aver mai saputo come era registrato nei documenti ufficiali. Non poteva leggere i caratteri cinesi; operava in ambienti multilingui usando mongolo, persiano e turco. L’idea che potesse verificare la propria presenza negli archivi è anacronistica.

Confronto con Altri Casi

È istruttivo notare che anche altri viaggiatori occidentali contemporanei o poco successivi a Marco Polo non compaiono nei documenti cinesi, pur essendo ragionevolmente certi della loro presenza. Odoric da Pordenone, che viaggiò in Cina negli anni 1320 e lasciò una relazione dettagliata, non compare negli archivi Yuan. Questo suggerisce che l’assenza documentale non è prova di assenza fisica, ma semplicemente riflette il fatto che mercanti e viaggiatori stranieri di medio rango non erano necessariamente registrati sistematicamente, o che i loro nomi erano irriconoscibili nelle trascrizioni.

Rivalutazione delle Critiche Principali

Le Omissioni (Grande Muraglia, Tè, Bacchette, Piedi Bendati)

Alla luce dei tre elementi discussi—mediazione linguistica, condizioni di composizione, funzionamento della memoria—queste omissioni perdono gran parte del loro peso critico:

Grande Muraglia: La Muraglia come la conosciamo oggi fu costruita dalla dinastia Ming (1368-1644). Le precedenti mura di terra dell’epoca Yuan erano già deteriorate. I difensori sostengono che le fortificazioni non erano visivamente impressionanti nel XIII secolo. Ma anche se lo fossero state, un dettaglio architettonico statico osservato durante viaggi attraverso il nord della Cina 20 anni prima, in una narrazione orale focalizzata su eventi dinamici (battaglie, corti, commerci), potrebbe facilmente non essere stato considerato saliente per la memoria o per il racconto.

Tè, bacchette, piedi bendati: Elementi onnipresenti nella vita quotidiana cinese, ma proprio per questo non salienti per la memoria. La ricerca sulla memoria autobiografica dimostra che i dettagli quotidiani ripetitivi sono i primi a essere dimenticati. Quando si raccontano oralmente esperienze di 17 anni in terre straniere, ci si concentra su ciò che è straordinario dal punto di vista del narratore e interessante per l’ascoltatore. Un europeo del XIII secolo non avrebbe trovato particolare interesse narrativo nel descrivere utensili da tavola sconosciuti o una bevanda amara, mentre la carta moneta—totalmente assente in Europa—era straordinaria e memorabile.

Scrittura cinese: Marco Polo non sapeva leggere o scrivere cinese. Vedere caratteri cinesi quotidianamente per 17 anni senza comprenderli li rende parte dello sfondo percettivo, non un elemento saliente da ricordare e descrivere. È come chiedere a un turista che ha vissuto in un paese straniero di descrivere in dettaglio il sistema di scrittura locale senza averlo mai studiato—l’omissione è naturale, non sospetta.

Le Affermazioni Non Verificabili (Yangzhou, Xiangyang)

Queste sono critiche più solide. Marco Polo afferma di essere stato governatore di Yangzhou per tre anni, ma nessun documento negli annali di Yangzhou menziona i Polo. L’affermazione di aver partecipato all’assedio di Xiangyang nel 1273 è cronologicamente impossibile (arrivò nel 1275).

Tuttavia, anche queste critiche vanno contestualizzate:

Esagerazione del ruolo: La normale distorsione ego-centrica della memoria autobiografica, amplificata dalle condizioni di composizione (racconto orale destinato a impressionare), spiega perfettamente queste esagerazioni. Marco potrebbe aver visitato Yangzhou in missione amministrativa e, ricordando l’evento 20 anni dopo in una prigione genovese, averlo trasformato in una governatorato. Oppure potrebbe aver interpretato erroneamente il proprio ruolo, non conoscendo precisamente le distinzioni amministrative cinesi.

Confusione temporale: L’errore su Xiangyang potrebbe derivare da confusione nella sequenza temporale degli eventi (normale dopo decenni), o dall’aver sentito raccontare dettagliatamente l’assedio da chi vi aveva partecipato e aver successivamente “incorporato” nella propria memoria narrativa un evento di cui aveva conoscenza dettagliata indiretta.

Queste esagerazioni e confusioni non provano che Marco non fosse in Cina—provano che il Milione non è una fonte primaria affidabile per verificare dettagli specifici senza riscontri indipendenti. Ma questo è precisamente ciò che ci si dovrebbe aspettare da un testo prodotto in queste condizioni.

I Dettagli Accurati (Sale, Moneta, Principessa Kököchin)

I difensori di Marco Polo citano dettagli che difficilmente avrebbe potuto conoscere senza essere presente:

Produzione del sale: Marco fornisce descrizioni dettagliate dei metodi di produzione del sale a Changlu che corrispondono ai documenti cinesi dell’era Yuan.

Sistema monetario: Marco è l’unico tra i suoi contemporanei a spiegare che la carta moneta non circolava in tutte le parti della Cina—era usata principalmente nel nord e nelle regioni lungo lo Yangzi, ma non nel Fujian e certamente non nello Yunnan, dove circolavano cauri, sale, oro e argento. Queste informazioni sono confermate da fonti cinesi e da evidenze archeologiche.

Principessa Kököchin: Il racconto dettagliato di Marco dell’accompagnamento della principessa mongola Kököchin dalla Cina alla Persia per sposare Arghun Khan corrisponde a fonti persiane indipendenti che forniscono solo informazioni incomplete. Secondo Igor de Rachewiltz, questa concordanza è prova della veridicità della storia di Polo e della sua presenza in Cina.

Questi dettagli sono significativi, ma vanno interpretati con cautela: dimostrano che Marco aveva accesso a informazioni accurate sulla Cina Yuan, ma non necessariamente che occupasse posizioni di rilievo. Potrebbe essere stato un mercante associato (ortoq) che viaggiava per conto di principi mongoli—una posizione che spiegherebbe l’accesso a informazioni dettagliate senza richiedere ruoli ufficiali registrati negli annali.

Conclusioni: Verso una Metodologia Critica Appropriata

La Questione Mal Posta

Il dibattito su Marco Polo si è tradizionalmente concentrato sulla domanda binaria: “Marco Polo è andato in Cina o no?” Questa formulazione è metodologicamente inadeguata perché ignora la natura del testo che stiamo analizzando. Il Milione non è un documento che può essere semplicemente giudicato “vero” o “falso” nella sua interezza.

La domanda appropriata dovrebbe essere: “Quali parti del Milione possono essere considerate fonti storiche affidabili, e a quali condizioni?” La risposta a questa domanda richiede di considerare:

  1. La distanza temporale tra esperienza e narrazione: 7-23 anni, con tutti i problemi di decadimento e ricostruzione mnemonica che questo comporta.

  2. Le mediazioni linguistiche: almeno quattro livelli di filtro linguistico tra l’esperienza vissuta e il testo che leggiamo, ciascuno con proprie distorsioni.

  3. Le condizioni di produzione: racconto orale in prigionia senza documentazione di supporto, destinato all’intrattenimento più che alla precisione storica.

  4. L’impossibilità di identificazione archivistica: data la variabilità della trascrizione dei nomi stranieri e la possibilità che Marco fosse registrato con un nome irriconoscibile o che non fosse registrato affatto.

Implicazioni per la Critica Storica

Criticare Marco Polo per non ricordare dettagli quotidiani dopo decenni, per usare terminologia filtrata attraverso multiple lingue, o per non comparire in archivi dove potrebbe essere registrato con un nome sconosciuto, significa applicare standard anacronistici che ignorano sia le condizioni di produzione del testo sia le conoscenze scientifiche sul funzionamento della memoria umana.

Allo stesso tempo, accettare acriticamente le affermazioni più straordinarie del Milione (governatorato di Yangzhou, presenza all’assedio di Xiangyang) senza riscontri indipendenti significa ignorare i meccanismi noti di distorsione della memoria autobiografica e le motivazioni narrative che spingono all’esagerazione.

La posizione metodologicamente corretta è quella che lo storico Jonathan Dresner ha articolato efficacemente: il Milione può essere usato come fonte storica solo dove può essere verificato indipendentemente. Le parti non verificabili del testo non possono essere considerate né certamente vere né certamente false, ma semplicemente non affidabili dato ciò che sappiamo sulle condizioni di produzione del testo.

Una Lezione più Ampia sulla Valutazione delle Fonti

Il caso del Milione offre una lezione metodologica di valore generale per la critica storica: la valutazione dell’attendibilità di una fonte non può essere fatta considerando solo il contenuto del testo, ma deve includere un’analisi rigorosa delle condizioni materiali, linguistiche, cognitive e temporali della sua produzione.

Applicare questa metodologia significa riconoscere che molti testi storici che sembrano resoconti diretti sono in realtà ricostruzioni narrative prodotte in condizioni che ne limitano strutturalmente l’affidabilità. Questo non li rende privi di valore storico, ma richiede un approccio critico sofisticato che distingua tra ciò che può essere ragionevolmente inferito e ciò che rimane speculativo.

Nel caso di Marco Polo, la conclusione più equilibrata è che probabilmente viaggiò effettivamente in Cina e trascorse tempo alla corte Yuan, ma che il suo ruolo fu molto meno prominente di quanto affermi, e che il Milione deve essere letto non come una cronaca affidabile ma come una narrazione costruita a memoria decenni dopo gli eventi, filtrata attraverso lingue e culture diverse, e plasmata dalle esigenze letterarie di un genere—il racconto di viaggio avventuroso—che privilegiava l’intrattenimento rispetto alla precisione documentaria.

Le critiche al Milione rimangono valide, ma devono essere riformulate: non “Marco Polo mente” ma “il Milione è strutturalmente inaffidabile dato come è stato prodotto.” E i difensori del Milione devono riconoscere che dimostrare l’accuratezza di alcuni dettagli non estende automaticamente credibilità alle parti non verificabili del testo.

La vera lezione del Milione per gli storici contemporanei è che la critica delle fonti deve essere informata da una comprensione realistica dei limiti cognitivi umani—in particolare della memoria—e delle mediazioni materiali che intercorrono tra evento storico e testo che ci raggiunge. Solo con questa consapevolezza metodologica possiamo evitare sia lo scetticismo eccessivo sia la credulità acritica che hanno caratterizzato secoli di dibattito su Marco Polo.